Deforestazione zero: il nuovo monito di Greenpeace

 
Marco Mancini
30 aprile 2008
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torbiera

Se dico effetto serra cosa vi viene in mente? Probabilmente in molti, se non tutti, penseranno subito ai gas di scarico delle auto. A qualcuno può venire in mente il camino di un’industria.
Ma in pochi sanno che la maggior parte di responsabilità dell’effetto serra ce l’ha la deforestazione.

E’ un effetto al contrario, cioè le piante stanno lì, tra le varie funzioni, anche per diminuire i gas serra perchè esse sono capaci di assorbirli, metabolizzarli, e trasformarli in ossigeno. Ogni albero che viene abbattuto contribuisce a tonnellate di CO2 non assorbito, e quindi all’accumularsi di questi gas nell’atmosfera, fino ad arrivare all’effetto serra. L’effetto viene ancora ingigantito quando, abbattendo gli alberi, si libera il carbonio che loro trattengono nel suolo, sprigionando ulteriori gas tossici.


Al momento è stato stimato da Greenpeace che tutte le foreste del pianeta trattengono circa 500 miliardi di tonnellate di carbonio, la cui gran parte si trova nelle foreste pluviali tropicali. Per renderci conto a quanto ammonta questa quantità, diciamo che si può stimare in 500 miliardi di tonnellate di carbonio la quantità prodotta dai tubi di scarico delle auto negli ultimi 100 anni. Reso l’idea?

I due Stati più a rischio sono l’Indonesia e il Brasile, rispettivamente al terzo e al quarto posto nella triste classifica dei paesi produttori di inquinamento (primi due, ovviamente, sono Stati Uniti e Cina), dato che insieme contribuiscono al 40% delle emissioni di CO2 della Terra.
Il cattivo posizionamento di questi due grandi Stati è dovuto proprio alla deforestazione, e ai metodi barbarici di bonifica ambientale. In pratica nel sottosuolo indonesiano è presente un terzo di tutta la quantità di carbonio mondiale. L’espansione delle piantagioni di palma da olio nelle foreste torbiere viene praticata drenando il terreno con un reticolo di canali. I canali vengono inizialmente impiegati per il trasporto dei tronchi e, successivamente, vengono svuotati per far defluire l’acqua e prosciugare il terreno. Malgrado questa pratica sia vietata, la biomassa residua viene normalmente rimossa con il fuoco immettendo nell’atmosfera enormi quantità di CO2. Ogni anno 1.8 miliardi di tonnellate di gas serra vengono rilasciati nell’atmosfera a causa della degradazione e degli incendi delle foreste torbiere indonesiane. Risultato? L’olio di palma va ad ingrossare i portafogli delle industrie cosmetiche e alimentari, ma rende irrespirabile l’aria delle stesse persone che praticano queste tecniche. Le industrie più coinvolte in questo genere di inquinamento sono la Nestlè, l’Uniliver e la Procter&Gamble.

Una delle zone più a rischio, su cui gli uomini delle 3 aziende sopra elencate hanno messo gli occhi è l’area di Riau, nell’isola di Sumatra. Questa zona è grande all’incirca quanto la Svizzera, e nei piani delle multinazionali dovrebbe essere distrutta, liberando così una quantità tale di CO2 che eguaglierebbe quella che viene prodotta in tutto il mondo nell’arco di un anno.
Su questo punto è scesa in campo anche la Nasa, che dai suoi rilevamenti ha indicato che se nei prossimi 10 anni non si prenderanno provvedimenti per ridurre le emissioni di gas serra, tutte le future politiche ambientali saranno impraticabili se non impossibili per arrestare l’aumento delle temperature. Secondo la commissione europea del 2007, invece, ci vorrebbero centinaia di anni per recuperare la perdita del carbonio causata dalle torbiere indonesiane.

Anche l’Italia ha le sue colpe. Infatti anche nel nostro paese l’importazione di olio di palma è aumentato, ed è questione quasi esclusiva di Papua Nuova Guinea e Indonesia. E pensate che ancora da noi non è legale l’utilizzo di biocarburanti provenienti da questo tipo di olio, perchè quando sarà autorizzato, le importazioni si moltiplicheranno a dismisura.
L’Indonesia ha già perso 28 milioni di ettari di terreno dal 1990 ad oggi, e le stime sono più che catastrofiche: si è calcolato che, andando di questo passo, le foreste indonesiane saranno distrutte per il 98% tra vent’anni.

La deforestazione delle foreste pluviali crea un quinto delle emissioni di gas serra totale, più di tutte le auto, camion e aerei del mondo, e solo l’Indonesia per il 4%.
Le soluzioni che propone Greenpeace sono molto semplici: fermare la deforestazione (2 miliardi di tonnellate di CO2 in meno all’anno); bloccare gli incendi in Indonesia (1,3 miliardi); ripristinare le torbiere degradate (mezzo miliardo di tonnellate risparmiate).
Non mi sembra che le richieste siano così assurde.
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