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Greenpeace blocca piattaforma petrolifera in Groenlandia

 
Marco Mancini
1 settembre 2010
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Da alcune settimane le barche di Greenpeace stanno facendo il giro del mondo alla “caccia” delle trivellatrici che, per cercare petrolio in alto mare, mettono in pericolo l’intero ecosistema, esponendolo al rischio di un’altra marea nera (e non solo). E così ieri gli attivisti sono riusciti nel loro intento: bloccare una piattaforma al largo della Groenlandia.

La struttura della Cairn Energy si chiama Stena Don ed è stata presa d’assalto nella notte da alcuni “climber” (scalatori professionisti) che si sono arrampicati su fino in cima con l’intento di bloccare i lavori. Se non c’è il massimo della sicurezza, non si può procedere con le operazioni di trivellazione, e di certo alcune persone a diverse decine di metri di altezza non lasciano in sicurezza un colosso del genere.

L’obiettivo dichiarato dall’associazione ambientalista è di ritardare, anche se di pochi giorni, la ripresa dei lavori. I climber sono attrezzati per rimanere diversi giorni in cima alla struttura, e siccome le macchine sono state spente, questo ritarderà i lavori anche perché la rimessa in moto ed il ritorno a pieno regime non è immediato. Ma questa presa di posizione non è fine a sé stessa. Infatti, dicono i rappresentanti di Greenpeace, ritardare di alcuni giorni o settimane i lavori ha uno scopo ben preciso: far sopraggiungere l’inverno prima che gli scavi siano ultimati, in modo tale che le condizioni troppo rigide blocchino definitivamente i lavori almeno fino alla prossima estate.

Nel frattempo si spera venga avviata quella moratoria contro le trivellazioni in alto mare di cui si parla da tempo, ma che ancora non è stata ratificata, che bloccherebbe definitivamente non solo quella piattaforma, ma tutte quelle considerate “a rischio”.

Le grandi compagnie petrolifere devono restare fuori dall’Artico. Piattaforme come questa, impegnate in esplorazioni petrolifere, potrebbero far scattare la scintilla della corsa al petrolio nell’Artico, mettendo a rischio questo fragile ecosistema e il clima globale. Il disastro del Golfo del Messico ha chiaramente dimostrato che è tempo di liberarci della schiavitù del petrolio

spiega Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace.

Fonte e foto: [Greenpeace]

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