Un’isola di spazzatura si è formata nell’Oceano Atlantico

di Marco Mancini 1

isola dei rifiuti

Se Cristoforo Colombo avesse percorso l’Oceano Atlantico oggi, avrebbe trovato un’isola molto prima di scoprire l’America. Ma se l’avesse trovata, siamo sicuri non ci sarebbe più tornato. Stiamo parlando della Great Pacific Garbage Patch, o in italiano la Grande Chiazza di Rifiuti del Pacifico. Così è stata soprannominata l’opera peggiore dell’umanità: un’isola grande tra 700 mila e 15 milioni di km quadrati (non è possibile stimarla con precisione perché le immagini satellitari non la captano) che fluttua al centro del secondo oceano più grande del mondo.

Ma non è fatta di sabbia, rocce e terreno, ma solo di plastica e altra immondizia che, fluttuando nel mare, viene trasportata da quattro diversi tipi di correnti nell’area corrispondente al Mar dei Sargassi. Immaginatevi dunque che spettacolo vedere un’area grande da due a 50 volte l’Italia, maleodorante e fluttuante.

La scoperta l’ha fatta Kara Lavender Law, oceanografa di Sea Education Association, la quale ha affermato che siccome la spazzatura è traslucida, non può essere identificata dal satellite, ma per individuarla bisogna andarci direttamente in barca. L’isola dei rifiuti ha cominciato a formarsi negli anni ’50, quando lo spreco di plastica, ma anche di altri materiali, ha cominciato a diventare eccessivo, e questi, in un modo o nell’altro, finivano nei mari, negli oceani, e poi venivano trasportati dalle quattro correnti che attraversano l’Atlantico, ricongiungendosi in questo punto.

Il “terreno” di quest’isola è composto da milioni di pezzi di plastica che pesano meno di 0,15 grammi, all’apparenza insignificanti, ma molto pericolosi per la salute dell’Oceano, in quanto potrebbero facilmente finire con l’essere mangiati da tartarughe o delfini, i quali però non sono in grado di digerirli, e finirebbero con il morire. Inoltre potrebbero essere ingeriti anche da organismi più piccoli, i quali entrano nella catena alimentare e ritornare all’uomo.

Secondo Lavender, il 20% di questi rifiuti proviene dalle piattaforme petrolifere, mentre il restante 80% dalla terraferma europea e americana. Ma purtroppo questa non è la sola. Un’altra isola di dimensioni più o meno uguali era già stata individuata nell’Oceano Pacifico qualche mese fa, e altre due più piccole sono presenti in Sud America, una al largo del Cile, l’altra tra Argentina e Sudafrica. La soluzione? Aumentare il riciclo, dato che dei 250 milioni di tonnellate di plastica che produciamo ogni anno, solo il 5% viene riciclato. Ed indovinate dove va a finire il restante 95%?

Fonte: [Corriere della Sera]

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