Piattaforme in mare, Legambiente ne conta 135

di Michele Costanzo Commenta

Un nuovo rapporto di Legambiente riporta l'attenzione sulle piattaforme in mare attorno alle coste italiane. Se ne contano in totale 135 a cui corrispondono più di 700 pozzi.

Piattaforme in mare
Di piattaforme in mare si è lungamente discusso nella scorsa primavera in vista del referendum del 17 aprile. In quella occasione gli italiani sono stati chiamati a decidere sulle trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa ed in particolare sul prolungamento delle concessioni esistenti fino ad esaurimento del giacimento. Il mancato raggiungimento del quorum ha di fatto reso nullo l’effetto della consultazione, ma la questione delle piattaforme estrattive nei mari italiani resta evidentemente aperta. Ne è una riprova un nuovo rapporto pubblicato da Legambiente ed intitolato #Dismettiamole. Il documento è stato presentato ieri a Ravenna nell’ambito delle iniziative di Goletta Verde per sensibilizzare e coinvolgere i cittadini sui temi del rispetto dell’ambiente.

135 piattaforme in mare

Nel presentare il rapporto, Legambiente parla di una vera e propria corsa all’oro nei mari italiani che è ancora in pieno svolgimento. Secondo i dati raccolti dall’associazione ambientalista nei mari attorno alla penisola sono attive 69 concessioni per la coltivazione di gas e petrolio. A queste corrispondono 135 piattaforme in mare per un totale di 729 pozzi.

La maggior parte delle concessioni in mare ricade all’alto Adriatico dove ne sono presenti 39 dedicate elusivamente alla produzione di gas. Altre 20 sono distribuite lungo l’Adriatico centrale e 2 sull’Adriatico meridionale. 4 concessioni sono presenti nel Canale di Sicilia ed altrettante nel Mar Ionio.

Secondo l’elaborazione di Legambiente ben 44 delle 69 concessioni attive ricadono all’interno della fascia costiere delle 12 miglia, cioè nell’ambito giuridico a cui faceva riferimento il referendum sulle trivelle del 17 aprile 2016. Il fallimento del quesito referendario permetterà lo sfruttamento di queste concessioni fino all’esaurimento naturale. La legge n.208 del 2015 ha peraltro stabilito che nessuna nuova concessione potrà in futuro essere assegnata nella fascia delle 12 miglia.

I rischi di nuove trivellazioni

Fotografata la situazione attuale, Legambiente sottolinea come esista la concreta prospettiva che nei prossimi anni il numero delle piattaforme in mare possa crescere in maniera significativa. L’associazione ricorda infatti come siano già 22 i permessi esplorativi di ricerca nei mari italiani. 8 di questi sono relativi all’alto Adriatico ed altri 6 sono riferiti alle zone dell’Adriatico centrale lungo le coste di Marche ed Abruzzo. 5 permessi di ricerca riguardano i mari siciliani ed i rimanenti 2 ricadono invece nell’Adriatico meridionale. In totale, calcola Legambiente, sono 7.254,5 i chilometri quadrati di mare destinati alla ricerca di nuovi giacimenti di gas o petrolio.

Ai permessi di ricerca già attivi si sommano 4 le richieste di concessione di
coltivazione, 32 ulteriori istanze di permesso di ricerca ed 8 istanze di permesso di prospezione per la ricerca di giacimenti nel sottofondo marino con la tecnica dell’airgun.

Un quadro complesso quindi che spinge Legambiente a chiedere un impegno pubblico che escluda le tecniche di ricerca ed estrazione più invasive ed individui un percorso che porti ad una completa dismissione delle piattaforme in mare. Un progetto da applicare non solo alle coste italiane ma da riproporre anche nel contesto internazionale per l’intero Mediterraneo.

Le piattaforme in mare non produttive

Il rapporto #Dismettiamole dedica ampio approfondimento anche alle piattaforme in mare non produttive o non eroganti. Impianti cioè che per ragioni differenti non producono gas o petrolio pur rimanendo formalmente attive.

Delle 69 concessioni attualmente attive, solo 49 sono sono produttive mentre le rimanenti 20 sono già classificate come ‘non produttive’. Partendo dai dati del Ministero dello Sviluppo Economico, Legambiente ha in particolare individuato 38 piattaforme in mare per un totale di 121 pozzi da classificare come ormai non più produttivi o non più eroganti aventi la seguente collocazione:

  • Nord Adriatico: 14 piattaforme per 53 pozzi
  • Adriatico centrale: 21 piattaforme per 65 pozzi
  • Mar Ionio: 1 piattaforma per 1 pozzo
  • Canale di Sicilia: 2 piattaforme per 2 pozzi

Proprio l’insieme di questi impianti costituisce, secondo l’associazione, una base di partenza su cui costruire un programma di dismissione. Per questi impianti in particolare andrebbero individuati percorsi di decommissioning che portino allo smantellamento delle strutture ed al ripristino ambientale dei luoghi precedentemente occupati.

Una visione alternativa

Come era emerso chiaramente già nei giorni del referendum sulle trivelle, la posizione di Legambiente rispetto agli impianti estrattivi in mare è molto netta. L’associazione ritiene infatti che questo genere di attività abbia un peso marginale a livello economico ed allo stesso tempo costituisca un pericolo per l’ambiente marino e costiero italiano. Nel rapporto #Dismettiamole questi concetti sono ripresi in tre punti chiave.

Da un lato, secondo Legambiente, le piattaforme in mare non costituiscono una risorsa strategica. Da questi impianti infatti si estrae solo l’1,8% dei consumi nazionali di petrolio e circa il 13,8% della produzione nazionale. Dagli impianti in mare di ottengono invece circa i due terzi della produzione nazionale di gas che tuttavia è sufficiente a coprire solo il 6,7% del fabbisogno

Allo stesso tempo piattaforme e pozzi sono da considerare veri e propri impianti industriali in grado di avere un effetto potenzialmente negativo sull’ecosistema marino e costiero. Aspetto critico in generale, ma ancora più delicato in un paese con una forte vocazione al turismo.

Infine, spiega sempre Legambiente, il decommissioning delle piattaforme ed il ripristino ambientale dei luoghi potrebbe creare nuove occasioni di innovazione con una positiva ricaduta anche sull’occupazione.

Photo | Thinkstock

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