Nucleare di terza generazione, lontano da Chernobyl, lontano dal cuore
Sergio Orlandi, direttore generale di Ansaldo Nucleare, insiste sulla sicurezza del nucleare di terza generazione, a suo avviso totalmente marziano all’era Chernobyl. Orlandi ne ha parlato a margine di un seminario svoltosi nei giorni scorsi sul sistema di prequalificazione per le imprese intenzionate ad accedere alla filiera nucleare, affermando che la terza generazione di impianti non presenta più gli stessi problemi di sicurezza della centrale ucraina, e anzi va ben oltre i requisiti richiesti per funzionare senza il rischio imminente di incidenti. Ma sentiamo le parole dello stesso Orlandi:
Attualmente ci sono a disposizione 4 tecnologie: due di tipo ‘attivo’ (con sistemi di sicurezza che richiedono il funzionamento di specifici dispositivi, alimentati elettricamente) e due ‘passivo’ (azionati da fenomeni fisici che si innescano spontaneamente in presenza di determinate condizioni anche in caso di malfunzionamento).
Il sottosegretario al ministero per lo sviluppo economico Stefano Saglia, che pure ha preso parte al dibattito, è convinto, dal canto suo, che il nucleare rappresenti una grande opportunità per l’Italia, tanto da meritarsi una larga fetta di finanziamenti statali destinati alle imprese che vogliono qualificarsi nel settore nucleare:
Il nucleare è una grande opportunità e dobbiamo spingere sulla filiera industriale anche mettendo in competizione sulle tecnologie. Non si possono gestire tecnologie infinite ma c’è spazio almeno per due: una è quella EPR (European Pressurized water Reactor) di Enel Edf ma ci può stare anche una seconda opzione e soprattutto vogliamo metterle in competizione: ci interessa relativamente un oggetto costruito altrove e messo sul nostro territorio.
Risolto, ammesso che sia davvero così, il nodo della sicurezza, restano da sbrogliare ben altre matasse. Prima tra tutte, la resistenza, e la battaglia legale, di molte Regioni, che non ci stanno ad ospitare le centrali sul loro territorio. E in secondo luogo, convincerci davvero, con cifre non ingannevoli, che la svolta nucleare sia davvero una scelta lungimirante in termini di risparmio sulla bolletta e diminuzione dei costi dell’energia elettrica. Citiamo qualcuno molto più autorevole di noi, il premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, in un’intervista rilasciata a Repubblica che risale al novembre 2009, quando risponde alla domanda Cosa ne pensa del nucleare italiano?
Si sa dove costruire gli impianti? Come smaltire le scorie? Si è consapevoli del fatto che per realizzare una centrale occorrono almeno dieci anni? Ci si rende conto che quattro o otto centrali sono come una rondine in primavera e non risolvono il problema, perché la Francia per esempio va avanti con più di cinquanta impianti? E che gli stessi francesi stanno rivedendo i loro programmi sulla tecnologia delle centrali Epr, tanto che si preferisce ristrutturare i reattori vecchi piuttosto che costruirne di nuovi? Se non c’è risposta a queste domande, diventa difficile anche solo discutere del nucleare italiano.
Ecco, rispondiamo prima a queste domande, caro Saglia, prima di rimbambire le masse con la favoletta ritornello del lontano da Chernobyl, lontano dal cuore. E soprattutto evitiamo di fare promesse che non possiamo mantenere. Non si può garantire che non ci saranno altri disastri di una simile portata, parola del premio Nobel per l’economia Jeremy Rifkin:
Il problema col nucleare è che si tratta di un’energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl.
E ci perdonerà se vorremo credere alle parole di due premi Nobel, piuttosto che alle sue.
[Fonti: Ansa Ambiente&Energia; Repubblica]
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