Roma e il ballottaggio Michetti-Gualtieri. Alla ricerca del programma perduto: Rifiuti

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Bassa qualità della pur buona quantità di raccolta differenziata (al 45%, quindi persino meglio di Berlino e Parigi) e pochi impianti: questi, in sintesi, i primi nodi da sciogliere per una migliore qualità della vita, della salute e dell’ambiente. Invece, da questo 16 settembre, Roma detiene un terribile primato – quello di «Capitale mondiale della sporcizia» -, dopo 5 anni di rimpalli di responsabilità, rattoppi fatti male, radici e intemperie e tombini che trasformano le strade della Città Eterna in fiumare, ma soprattutto disinteresse quando non mala gestione da parte dell’amministrazione locale.

Vediamo dunque cosa si propongono i due sfidanti al ballottaggio, in corsa per il Campidoglio questi 17 e 18 ottobre.

Enrico Michetti, candidato del centrodestra, afferma di «puntare» al 65-70% di raccolta: una bellissima intenzione, che però non ne fa ancora un programma. Il “Tribuno” prosegue con nuovi mezzi e ulteriori lavoratori AMA (Azienda Municipale Ambiente), investimenti sui cassonetti a scomparsa e raddoppio dei centri di raccolta. Infine, dichiara di «puntare» anche al riciclo della plastica per realizzare piste ciclabili, strade e marciapiedi.

Roberto Gualtieri prevede di aumentare la differenziata al 65-70% (e, fin qui, siamo ancora alle belle intenzioni), dotare Roma di impianti e ridurre la tassa sui rifiuti di un quinto in 5 anni. Quest’ultima non sarebbe male, considerato che la città con il balzello più alto d’Italia è stata dichiarata, come ricordavamo in apertura, «Capitale mondiale della sporcizia» – ma proseguiamo nella lettura. Si parla di un centro di raccolta ogni 50mila abitanti e della creazione della cosiddetta «AMA di Municipio”, più vicina dunque alle persone che, per esempio, per i rifiuti ingombranti ed elettronici oggi sono costrette ad attraversare la città nei pochi giorni all’anno decisi dall’azienda assieme al Comune. Infine, il candidato del centrosinistra sembra sia l’unico a parlare esplicitamente di «discariche di servizio», peraltro previste dal piano regionale, per gestire gli scarti dagli impianti di trattamento fino al completamento della raccolta e dei nuovi impianti.

In sostanza: da una parte, belle intenzioni e spese non meglio precisate; dall’altra, belle intenzioni, spese non meglio precisate, un progetto di avvicinamento della raccolta ai cittadini – sicuramente necessario in una Città che si estende per chilometri, piena di verde ma anche di sempre meno residenti, sempre più anziani e sempre più persone che non si possono permettere un proprio mezzo di trasporto – e una programmazione degli interventi nel tempo.

Sembra semplice, e potrebbe persino esserlo. A patto, certo, di decidere su cosa serva a Roma, a chi ci vive e ci lavora, e non su schieramenti, ideologie o simpatie. Perché i rifiuti significano, oltre a centinaia di milioni per portarli altrove, igiene urbana, decoro ma soprattutto salute. Paradossale ai tempi della pandemia e delle tante accortezze ormai quotidiane, dalle mascherine ai gel per le mani, mentre si cammina tra ratti e cassonetti traboccanti e infetti.

Per ora, abbiamo un elenco e un progetto: due consistenze differenti, che nulla ancora garantiscono ma che – oggettivamente – dovrebbero rendere abbastanza facile la scelta dei romani. Possiamo solo augurarci che, questi 17 e 18 ottobre, volontà di scommettere e speranza abbiano la meglio sui disagi da affrontare nel cammino verso il seggio elettorale. E che sia la volta buona: altri 5 anni di sporcizia, degrado e pessima aria non li sopporterebbe più nessuno.

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