Glifosato, nuovo studio OMS-FAO. L’UE non decide

di Michele Costanzo Commenta

Uno studio congiunto tra FAO e Organizzazione Mondiale della Sanità rianima il dibattito sul glifosato. Intanto la proroga all'uso dell'erbicida si avvicina alla scadenza.


Nuovi capitoli sono stati scritti in questi ultimi giorni attorno al glifosato, l’erbicida che molti paesi europei vorrebbero mettere al bando e che allo stesso tempo rappresenta tuttora uno dei prodotti chimici più utilizzati in agricoltura. Uno studio congiunto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e della FAO (Food and Agricultural Organization) reso noto da pochi giorni sembra escludere il rischio di cancerogenicità della sostanza andando a rafforzare la posizione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Allo stesso tempo però in sede europea non è stata ancora raggiunta una decisione sul tema dell’autorizzazione all’uso del glifosato che alcuni paesi vorrebbero prolungare e che altri vorrebbero invece negare.

La valutazione di OMS e FAO sul glifosato

Dal 9 al 13 maggio Ginevra ha ospitato la “Joint Meeting on Pesticide Residues” (JMPR) una riunione organizzata congiuntamente dall’OMS e dalla FAO con l’obiettivo di armonizzare i criteri di valutazione sul rischio derivante dai residui di pesticidi. Nel lungo elenco dei lavori svolti dalla commissione un capitolo specifico è stato dedicato al glifosato (glyphosate), erbicida non selettivo che negli ultimi mesi è al centro di un acceso dibattito politico e scientifico. L’autorizzazione all’uso in agricoltura di questo diserbante in Europa è scaduto alla fine delle scorso anno ed in questi mesi è proseguito solo per effetto di una proroga temporanea adottata in attesa di una nuova decisione condivisa.

Per esprimere una valutazione sulla pericolosità del glifosato per la salute umana il gruppo di esperti riuniti al JMPR hanno preso in considerazione i molti studi disponibili sull’argomento. Nel rapporto si sottolinea come alcuni studi suggeriscano una possibile relazione tra l’esposizione al glifosato e l’aumento di rischio di linfoma non Hodgkin; tuttavia l’unico studio applicato ad un gruppo di grandi dimensioni e condotto secondo criteri qualitativi elevati non ha mostrato alcuna prova di correlazione a qualsiasi livello di esposizione.

Il rapporto uscito dal JMPR sottolinea inoltre come gli effetti genotossici del glifosato e dei suoi derivati siano ampiamente studiati. Un livello di esposizione fino 2000 mg per chilogrammo di peso corporeo assunto per via orale (la situazione più rilevante all’alimentazione umana) non viene associato ad effetti genotossici dalla schiacciante maggioranza degli studi condotti sui mammiferi. In funzione di queste evidenze il gruppo di lavoro ha ritenuto che sia improbabile che il glifosato sia genotossico ai livelli di esposizione derivanti dall’alimentazione.

Per quanto riguarda la potenziale cancerogenicità della sostanza, i lavori del JMPR hanno preso in considerazione studi condotti su topi e ratti osservando che nessuna correlazione è stata individuata nei ratti mentre non è possibile escludere una correlazione nei topi limitatamente pero a dosi molto elevate. Considerando anche i dati epidemiologici emersi tra coloro che sono esposti al glifosato per lavoro e la già citata assenza di genotossicità, gli esperti riuniti da FAO ed OMS concludono che allo stato attuale dei dati è improbabile che il glifosato costituisca un rischio cancerogeno per l’uomo ai livelli di esposizione dovuti all’alimentazione.

I risultati completi dei lavori del Joint Meeting on Pesticide Residues possono essere consultati sul sito della FAO.

Gli studi EFSA e IARC

I dati emersi dal lavoro congiunto di OMS e FAO arrivano a conclusioni molto simili a quelle a cui era giunta l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che, sulla base degli studi disponibili, nel novembre dello scorso anno aveva a sua volta definito come improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo.

In direzione contraria vanno gli studi dell’International Agency for Research on Cancer (IARC) che nel marzo del 2015 ha classificato il glifosato nel così detto gruppo 2A delle sostanze ‘probabilmente cancerogene’. Proprio a questo studio si riconducono i molti dubbi sull’opportunità di prolungare l’autorizzazione all’uso del glifosato in Europa anche per i prossimi anni. Paradossale appare in questo senso che l’OMS arrivi a conclusioni opposte rispetto a quelle dello IARC, organizzazione che dell’OMS fa direttamente parte.

Sulle conclusioni dei lavori congiunti di OMS e FAO si è espressa anche la Dott.ssa Fiorella Belpoggi dell’Istituto Ramazzini. Nell’intervento, che è possibile leggere integralmente sul sito dell’Istituto, viene sottolineata la solidità del metodo di analisi usato dallo IARC e si evidenzia la necessità di promuovere nuovi studi indipendenti. Lo stesso Istituto Ramazzini ha avviato uno studio sperimentale pilota i cui risultati saranno disponibili entro fine anno.

Sempre in Italia il recente rapporto ISPRA sui pesticidi nelle acque ha portato un nuovo contributo al dibattito. Il glifosato (assieme al suo metabolita AMPA) risulta infatti uno del residui di pesticidi che più di frequente ha superato i limiti normativi nelle acque superficiali.

L’Europa non decide

L’attuale proroga per l’uso agricolo del glifosato andrà in scadenza il prossimo 30 giugno. La scorsa settimana il comitato dell’Unione Europea non è riuscito per la seconda volta a costituire una maggioranza qualificata anche per effetto delle posizioni molto diverse emerse tra gli stati membri.

Le due proposte arrivate dalla Commissione Europea (rinnovo dell’autorizzazione per una decine di anni) e dal Parlamento Europeo (rinnovo per 7 anni con limitazioni all’uso non professionale) non sembrano al momento aver raccolto un sufficiente grado di consenso.

Photo | Thinkstock

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