Disastro ambientale di Bussi, 19 dirigenti rinviati a giudizio. Ecco perché

 
Matteo Carriero
2 maggio 2013
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disastro ambientale bussiIl disastro ambientale di Bussi, vicino Pescara, è da poco balzato agli onori della cronaca. La contaminazione dei terreni e delle acque riporta cifre da brivido, ma come è potuta accadere una cosa simile? Per capirlo sarà utile approfondire le accuse volte ai 19 ex dirigenti della Montedison rinviati a giudizio, per i quali si parla di condotta atta allo scarico illegale e sistematico di una enorme quantità di rifiuti.

Ieri abbiamo parlato del disastro ambientale di Bussi, dove falde e terreni risultano contaminati da un gran numero di sostanze, dal cloroformio al mercurio, in maniera gravissima. I valori rilevati sono spesso migliaia o addirittura centinaia di migliaia di volte il limite consentito. Per far luce sulla vicenda è bene tornare a quanto accade nei tribunali, poiché la storia di questo disastro ambientale è lunga.

L’attuale proprietaria del sito industriale, la nota azienda Solvay, si è costituita parte civile: i danni sono da imputare alla precedente proprietaria, la Montedison. L’azienda vede 19 indagati, dei quali quasi tutti sono ex dirigenti e personalità di vertice, reinviati a giudizio poco dopo la metà di aprile dal Gup Sarandrea di Pescara. L’accusa ha parlato di circa 500 mila tonnellate di sostanze tossiche smaltite illegalmente.

Prima di vedere perché questi ex dirigenti, ipotizzati colpevoli dell’attuale disastro ambientale, sono stati reinviati a giudizio, precisiamo che la giustizia riprenderà il suo corso solo il prossimo 25 settembre con un processo alla Corte d’Assise di Chieti, processo già definito “storico” dal WWF.

I 19 reinviati a giudizio avrebbero, secondo l’accusa, smaltito nella grande discarica di Bussi in maniera sistematica e illegale sostanze tossiche tra cui cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni e metalli pesanti. Tutto questo per decenni. La contaminazione è dei terreni, delle falde acquifere superficiali e profonde che peraltro alimentavano dei pozzi per l’acqua potabile entro il campo pozzi Sant’Angelo tra il 1980 e il 1990. All’epoca si stima che usufruissero di tale acqua circa 500 mila persone.

Photo credits | joybot su Flickr

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