
Da decenni vari scienziati sono allarmati per il degrado dell’ambiente marino. Al centro delle loro preoccupazioni vi è l’inquinamento. Le cause sono molteplici: emissioni industriali, acque reflue non trattate, sostanze scaricate dalle navi, inquinamento portato dai fiumi, ecc. Il mare, grazie alla pesca e all’acquacoltura marina, fornisce il 40% delle proteine consumate nell’Unione europea. Il mantenimento del suo equilibrio ecologico, quindi, è vitale per l’approvvigionamento alimentare dell’Unione. Inoltre, il mare è il contesto in cui si svolgono la vita e il lavoro di 70 milioni di cittadini europei, compresi quelli che direttamente o indirettamente vivono della pesca, del turismo balneare e delle attività portuali. Ecco perché è bene non sottovalutare il degrado che colpisce questa immensa risorsa pubblica.
La Sicilia è la regione capofila, davanti alla Calabria e alla Puglia , della classifica dell’inquinamento delle acque. Sul banco degli imputati ci sono scarichi illegali e mancata depurazione delle acque fognarie delle località costiere. Cause aggiuntive sono spesso fiumi e torrenti che trasportano a mare i reflui non depurati delle città e dell’industria: lo scorso anno il 67% delle foci monitorate dai tecnici di Legambiente è risultato inquinato.
Bruxelles ha deciso di inasprire le pene per chi si rende responsabile di inquinamento dei mari . La direttiva 35 varata nel 2005 dalla Commissione Europea prevedeva in sostanza una multa, ora chi scarica illegalmente in mare non solo pagherà di più ma rischierà anche il carcere. Dal 27 marzo, le violazioni alle norme esistenti potranno quindi essere considerate di rilevanza penale e sanzionate con provvedimenti penali: gli stati membri saranno obbligati a garantire che le imprese siano considerate responsabili di azioni inquinanti a danno del mare atte a procurare loro un vantaggio, oltre a garantire una politica di sanzioni efficaci e dissuasive. L’Italia ha già introdotto nel proprio ordinamento la direttiva UE.