Nucleare: il futuro dell’atomo alla luce di Fukushima, tema che anima il dibattito energetico mondiale in queste ultime settimane e che fa emergere posizioni contrapposte di personaggi della scena politica, culturale, scientifica e sociale. Oggi, in due diverse tappe, presenteremo rispettivamente l’opinione a riguardo dell’autore di Scram ovvero la fine del nucleare, lo studioso francese Mycle Schneider, consulente di diversi Governi, e gli scenari decisamente più rosei prospettati dallo svedese Hans Blix, ex direttore generale dell’Aiea, l’Agenzia atomica internazionale.
Partiamo da quanto affermato da Schneider, autore di un paragone da brividi sul disastro nucleare giapponese:
L’11 marzo, ha spiegato l’esperto, sarà ricordato come l’11 settembre per l’industria nucleare, un settore che è sempre stato consapevole di non potersi permettere una nuova Chernobyl e che invece deve affrontare una crisi a Fukushima che avrà un impatto anche peggiore del disastro del 1986.
Ha colpito Schneider come tutti noi l’impreparazione ad affrontare l’emergenza dei tecnici dell’impianto gestito dalla Tepco. Ricorderemo tutti le lacrime del responsabile nel corso di una conferenza stampa, un pianto misto di sconforto e disperazione che ha fatto scorrere sul viso del mondo intero gli scenari dell’irreparabile. Il terremoto e lo tsunami, di inaudita violenza vero, hanno indubbiamente colto di sorpresa ed indifesi i gestori della centrale.
A Fukushima la situazione è un incubo, i tecnici giapponesi sono andati avanti improvvisando, non avevano nessuna preparazione per un evento del genere: prima hanno cercato di proteggere le strutture, poi si sono decisi a provare a raffreddarli con l’acqua, ma lo hanno fatto troppo tardi e troppo a lungo. Un mio amico, un ingegnere locale, mi ha detto: “Su queste cose il Giappone è un paese del Terzo Mondo”.
Se a Chernobyl ci fu un effetto camino, ovvero dieci giorni di contaminazione diffusasi anche ai Paesi vicini, in Giappone c’è un effetto di rilascio: l’area è più ristretta ma la contaminazione è più potente.
Supponiamo che, accertati i rischi irreparabili ed inevitabili si decreti la morte dell’atomo per ragioni di sicurezza e, è proprio il caso di dirlo, di forza maggiore, affrontiamo un altro punto: se l’industria nucleare dovesse fallire che conseguenze ci sarebbero sul fronte dell’occupazione? Non così catastrofiche come in molti vorrebbero far credere:
L’impatto sarebbe minimo: quella nucleare è un’industria che genera pochi posti di lavoro, o per brevi periodi – come nel caso della costruzione delle centrali – o molto costosi.
E sul fronte energetico, dire addio ai benefici del nucleare che costi comporterebbe? Anche in questo caso, l’impatto è meno devastante di quanto potrebbe sembrare, come spiega Schneider portando ad esempio il caso della Francia:
In Francia abbiamo lanciato il programma nucleare nel 1974 dopo lo choc della crisi petrolifera: eppure nel 1973 il petrolio copriva solo il 20% dei nostri consumi di elettricità. Ma questa scelta ha avuto un duplice effetto: il primo è che abbiamo iniziato a esportare energia a basso prezzo, il secondo è che siamo diventati un’economia ad alto consumo di elettricità, con un forte sviluppo di riscaldamento prodotto da questo tipo di energia. Il risultato è che da qualche tempo abbiamo ricominciato a importare elettricità dalla Germania.
Sul fronte dei rischi del nucleare, per lo studioso, non abbiamo ancora visto il peggio:
A Fukushima ci sono 35 tonnellate di combustibile ma se consideriamo il sito francese di La Hague, dove l’Italia ha inviato le sue scorie nucleari, è come se ci fossero 100 reattori. E cosa succederebbe se un aereo fosse lanciato contro questo deposito?
Una speranza c’è, che il futuro del nucleare non sia nelle mani di Sarkozy o di Berlusconi, bensì in mani più potenti, capaci di mettere la parola fine all’industria atomica per ben altre ragioni di quelle legate alla sicurezza dei popoli:
L’ultima parola sul nucleare non spetterà a Sarkozy o Berlusconi bensì alle aziende del settore costrette a prendere in prestito denaro a costi sempre maggiori. E dopo Fukushima, per le banche prestare soldi per costruire centrali nucleari è diventato davvero troppo rischioso.
Ricerche correlate:
Futuro nucleare in Europa e nel mondo
[Fonte: Adnkronos]