
Questi macchinari hanno una doppia valenza. Oltre a produrre energia elettrica, il loro utilizzo viene preceduto dalla separazione del materiale combustibile da quello che combustibile non è (ad esempio il vetro, o i metalli), dando vita ad una sorta di “raccolta differenziata”, e dando la possibilità del riutilizzo dei materiali riciclabili. Peccato che però molto spesso non sia così.
Per questo motivo tutti ne esaltano l’utilità, ma vige la sindorme del “Not in my Courtyard”, cioè non nel mio cortile.
Purtroppo i danni alla salute non sono effettivamente quantificabili, in quanto non sono mai stati fatti degli studi approfonditi, e coloro che si dichiarano esperti nel campo sostengono che i danni, con le nuove tecnologie, sono dimezzati o addirittura assenti, mentre altri luminari sostengono il contrario.
Nella formulazione della norma però, accanto all’espressione “energie rinnovabili” fu aggiunta l’estensione “o assimilate“, e così sono nati i cosiddetti Cip6, cioè i termovalorizzatori.
La cosa che quindi fa rabbia è che prima di tutto quel denaro poteva essere usato per le fonti “solo” rinnovabili, quali solare, eolico, ecc.,finanziate per ora solo con il 24% di quei soldi; e poi che quello stesso denaro, anzichè finanziare degli inceneritori, sarebbe potuto essere investito per promuovere il riciclaggio, molto più utile e soprattutto meno dannoso per la salute.
A questo punto un dubbio viene. Se in Italia questi termovalorizzatori sono visti così male, è perchè non sono efficienti, cioè negli altri Paesi le emissioni sono limitate, mentre qui sono di più, o è solo una questione di cattiva informazione?