C’era una volta il Delta del Niger, ora c’è una stazione di servizio della Shell

di Paola P. 1

Non è mai stata una favola la vita per le popolazioni che vivono nel Delta del Niger ma nemmeno la tragedia che è oggi: l’acqua, quella sì, si poteva usare per irrigare le coltivazioni, per bere, cucinare, lavarsi, l’aria era respirabile, la terra calpestabile senza rimanere incatramati. Fino al 1958, quando si diede il via ad attività di estrazione petrolifera massicce dopo la scoperta, da parte della Shell British Petroleum, oggi Royal Dutch Shell, di un giacimento di greggio a Oloibiri. Oggi gli impianti occupano larga parte del territorio. Pensate che la sola Shell opera su un’area di ben 31 mila chilometri quadrati.

La notizia di questi giorni della marea nera in Scozia, riportata da gran parte dei  quotidiani e dalle principali emittenti televisive mondiali, ha sollevato l’indignazione per il modus operandi della compagnia petrolifera, dalle critiche mosse alla trasparenza sull’entità dell’incidente, da molti reputata scarsa, alla necessità di sistemi di sicurezza più efficienti e piani di emergenza affidabili, tanto più che la Shell ha chiesto di perforare nell’Artico, area ancora più problematica da gestire in caso di incidenti simili. Insomma, se la Shell fa fatica ad individuare con precisione una piccola (?), insignificante (?) falla in una piattaforma nel Mare del Nord, non osiamo immaginare cosa accadrebbe in condizioni ambientali ancora più ostili.

In verità già qualche giorno prima della marea nera scozzese, proprio la notizia sul dramma della Nigeria, riguardante la Shell, che pure Ecologiae aveva ampiamente trattato, era passata abbastanza in sordina, sarà che le sorti delle popolazioni africane, vessate dalle multinazionali da decenni, non fanno molto scalpore mentre un incidente che interesserebbe, potenzialmente, le coste europee, inquieta non poco. Un rapporto dell’UNEP ha rivelato proprio nei giorni scorsi infatti che i livelli di contaminazione del Delta del Niger sono in realtà molto più profondi di quanto ci si aspettasse ed interessano anche aree che all’apparenza sembravano rimaste inalterate negli ultimi cinquant’anni di attività estrattive.

Di sversamenti nel Delta del Niger ce ne sono stati, pensate un po’, mica uno ma ben 6.800. Questo il numero delle perdite registrate tra il 1976 ed il 2001. Nell’area operano, oltre alla Shell, aziende nigeriane, Eni, Chevron, Total ed ExxonMobil. Secondo quanto riferisce lo UN Development Program (UNDP), ben il 60% delle popolazioni locali vive grazie alle risorse naturali. Peccato che l’inquinamento da idrocarburi abbia contaminato il terreno e le risorse idriche. Pensate che nell’acqua potabile è stata rilevata la presenza di una nota sostanza cancerogena a livelli 900 volte superiori a quelli ritenuti accettabili dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. I danni all’agricoltura ed alla pesca sono stati immensi ed in molti casi irreparabili. Una vera e propria falla nel patrimonio di biodiversità dell’area. Per ripulire due degli sversamenti di cui si è assunta la responsabilità la Shell, ad Ogoniland e Bodo, ci vorranno oltre trent’anni.

[Fonti e Foto: Amnesty International UK, Rapporto UNEP sulla contaminazione nel Delta del Niger]

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