Plastica in mare “fortemente sottostimata”

di Redazione 1

Giora Proskurowski, oceanografo americano, stava navigando tranquillo nelle acque dell’Oceano Pacifico quando ha notato dei piccoli detriti di plastica che galleggiavano. Ad un certo punto si è alzato il vento, e questi detriti sono immediatamente stati inghiottiti dal mare. A questo punto gli si è illuminata la lampadina. L’idea che gli è venuta è che probabilmente quei piccoli pezzettini di plastica (che a volte sono vere e proprie isole galleggianti) che vediamo in superficie in realtà potrebbero essere una specie di “punta dell’iceberg” della quantità di immondizia che in realtà c’è nei nostri oceani.

Così, insieme al collega Tobias Kukulka dell’Università di Delaware, ha avviato una ricerca per capirne qualcosa di più, e la conclusione fa rabbrividire: la cifra che è stata condivisa dal mondo scientifico sull’inquinamento degli oceani è stata “fortemente sottostimata”. In realtà la quantità di plastica presente attualmente sotto la parte visibile è di 2,5 volte maggiore. Dunque la situazione è ancora più grave di quanto potessimo pensare prima, visto che la plastica nell’oceano è pericolosa per l’intero ecosistema. Soffoca e avvelena tartarughe e pesci vari, e trasporta persino i batteri da una parte all’altra dell’oceano.

Per questo studio, pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters, sono state effettuate delle rilevazioni sin dal 2010. Secondo Proskurowski quasi tutte le volte in cui si immergevano, a qualsiasi profondità, per prelevare campioni, prelevavano un pezzo di plastica. Dopodiché hanno unito questi dati a quelli dei venti e li hanno elaborati con un modello matematico, in modo da stimare anche la quantità di detriti che potrebbero essere depositati nel sottosuolo.

Il risultato, come detto, è una stima dei detriti due volte e mezzo maggiore rispetto a quella che si pensava in precedenza, con una profondità fino a 20-25 metri in cui la plastica arriva a depositarsi. Dunque se ci scandalizziamo per quello che galleggia, pensiamo a quello che c’è sotto.

[Fonte: Livescience]

Photo Credits | Thinkstock

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