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55 multinazionali firmano il Protocollo di Kyoto. L’Italia resta sempre più sola

Altro che crisi dell’economia. A far fare l’ennesima figuraccia davanti al mondo all’Italia stavolta ci si mettono anche le multinazionali. Sono state in 55 le aziende a livello mondiale che giovedì hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto, lanciando un messaggio importante, cioè che è più importante la salute della Terra che qualche miliardo in più o in meno guadagnato.

A farsi da portavoce del movimento è stato Lars Josefsson, presidente della Vattenfall, quarto produttore di energia elettrica mondiale. Secondo lo svedese infatti al primo posto delle preoccupazioni delle maggiori industrie mondiali è il riscaldamento globale, e in questo caso allearsi con la politica per contrastare questo problema ambientale è prioritario rispetto ai dividendi.

Anche in Italia gli industriali si coalizzano con la politica, ma purtroppo nella direzione opposta. Confindustria ancora una volta ha avuto il coraggio di lamentare i costi troppo alti del pacchetto 20-20-20, ma la risposta di aziende come General Electric, Siemens, Hitachi, Aig, Volvo e tantissime altre sembra molto più convincente di quella che possono dare la Marcegaglia e Berlusconi insieme. Se possibile, il nostro Paese ha fatto una figura ancora peggiore quando al tavolo per chiarire i costi dell’adeguamento al pacchetto voluto proprio dal nostro Governo e tenutosi nei giorni scorsi a Bruxelles si è dimostrato che le cifre stabilite dall’Unione Europea erano esatte, e chi aveva fatto i conti sbagliati era proprio l’Italia.

I costi della riduzione della CO2 ammonteranno al massimo a 12 miliardi di euro (la metà di quanto previsto da Berlusconi) e cioè solo lo 0,66% del Pil. Adesso l’Italia non ha più scuse per rimandare gli investimenti sulle rinnovabili, e secondo il commissario all’ambiente Dimas, ogni volta che questi provvedimenti saranno rimandati, l’Italia perderà molti più miliardi del previsto, non perchè l’UE sia malvagia, ma perchè da noi ogni rinnovamento è più lento che nel resto dell’Europa.

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