Biocarburanti: finalmente si punta sugli scarti

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Il maggior nemico dei biocarburanti negli ultimi non è stata nè la diffidenza, nè l’arretratezza di certe strutture. Ma semplicemente il principio che il cibo viene prima dell’energia. Molte critiche infatti sono state mosse ai produttori di biocarburanti, soprattutto in Brasile, che preferivano utilizzare ad esempio l’olio di colza, e non solo, il quale andava a diminuire il cibo per le popolazioni che abitavano vicino le piantagioni, e che, per fare spazio a questi enormi campi, portavano al disboscamento di centinaia di ettari di foreste, con tutte le conseguenze che conosciamo.

La soluzione, come spesso accade, era sotto gli occhi di tutti, ma finora nessuno (forse volontariamente) se ne era accorto: bastava affidarsi agli scarti. Se in linea teorica i biocarburanti erano l’alternativa migliore al petrolio (non inquinavano, erano prodotti naturali e riproducibili), in pratica erano molto dispendiosi. E allora la tecnologia ci ha permesso di produrli anche dagli scarti della lavorazione di cereali e legno, utilizzandone le parti non commestibili.

In particolare si punta per il futuro a riutilizzare gli scarti del legno, meglio conosciuti come segatura, i quali non servono a nient’altro dopo la lavorazione, e quindi vengono gettati. Ma gli usi sono molteplici, e possono andare dai sistemi di riscaldamento delle stufe, fino ai biocarburanti. Dei ricercatori del Wisconsin sono riusciti a trasformare la cellulosa presente nella segatura in etanolo grazie a dei batteri. In pratica essi mangiano questi scarti e, digerendoli, producono degli zuccheri i quali vengono fermentati e trasformati in etanolo.

La stessa procedura potrà essere effettuata sulle piantagioni del mais o simili, ma non sulla parte commestibile, che sarebbe quindi destinata soltanto al mercato del cibo, ma alle parti non commestibili, come le foglie o il gambo della pianta. Questo permetterebbe di non aumentare il prezzo del cibo come invece sta accadendo in molti Paesi del Terzo Mondo, e di avere un’energia pulita ottenuta da un processo di riciclo, e quindi in grado di produrre meno rifiuti.

Ma secondo i ricercatori l’eccezionalità di questa scoperta non è tutta qui. Infatti oltre al bioetanolo e al biodiesel, il batterio Rhodobacter sphaeroides potrebbe essere utilizzato anche per produrre idrogeno dalla cellulosa attraverso la fotosintesi. Non essendo ancora disponibili auto ad idrogeno, esso potrebbe andare ad alimentare le batterie dei computer portatili, le quali si ricaricheranno semplicemente stando al sole.

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