L’impatto sull’ambiente dopo il caso Venezuela di inizio 2026 non è un tema da sottovalutare. Il Venezuela si trova a un bivio drammatico: da un lato la sua immensa ricchezza naturale e biodiversità, dall’altro un collasso ecologico accelerato da decenni di sfruttamento e instabilità politica. Con il ritorno di Donald Trump sulla scena internazionale e la sua dichiarata strategia energetica fossile, il futuro degli ecosistemi venezuelani è diventato un’incognita globale.

Indicazioni sull’ambiente dopo il caso Venezuela di inizio 2026
Nonostante sia uno dei paesi più ricchi di biodiversità al mondo, il Venezuela ha subito negli ultimi vent’anni un degrado costante. L’estrazione mineraria selvaggia nell’Amazzonia, la contaminazione dei fiumi e le perdite petrolifere hanno devastato il territorio. Un simbolo di questo declino è la perdita quasi totale dei ghiacciai andini, culminata nel 2024 con la scomparsa del ghiacciaio di Humboldt.
Questa crisi idrica e agricola ha trasformato milioni di cittadini in “rifugiati climatici“, costretti ad abbandonare il Paese non solo per ragioni economiche, ma per l’impossibilità di accedere a cibo e acqua pulita. Una situazione che risulta essere quindi drammatica e che rischia di peggiorare con il trascorrere degli anni, soprattutto dopo quanto accaduto di recente con gli Stati Uniti che hanno deciso di prendere il controllo della situazione.
La visione politica di Donald Trump, sintetizzata dallo slogan “Drill, baby, drill”, punta tutto sulle fonti fossili. Il timore degli esperti è che la volontà degli Stati Uniti di estrarre quanto più greggio possibile possa dare il colpo di grazia a un ecosistema già fragile. Il petrolio venezuelano, infatti, è tra i più pesanti e densi al mondo: la sua estrazione e raffinazione sono estremamente energivore e inquinanti, contribuendo in modo sproporzionato al riscaldamento globale.
Sotto l’amministrazione Maduro, nonostante la retorica del “Venezuela verde”, le infrastrutture petrolifere sono state trascurate. La compagnia statale PDVSA ha registrato un numero crescente di incidenti: solo nel 2022 sono state segnalate 86 fuoriuscite di petrolio. Questi sversamenti hanno devastato aree protette come il Parco Nazionale Morrocoy e il Lago Maracaibo, compromettendo la pesca, l’agricoltura e la salute pubblica. Studi recenti, come quelli pubblicati sul Journal of South American Earth Sciences, evidenziano lo stress ambientale critico dei bacini fluviali, tra cui l’Orinoco.
La sfida per il futuro è capire se una possibile gestione o influenza statunitense porterà investimenti per mettere in sicurezza e ammodernare gli impianti, riducendo gli sversamenti, o se si assisterà a un mero saccheggio delle risorse. Senza un intervento immediato di ripristino ecologico, il Venezuela rischia di sprofondare in una spirale di povertà estrema e disastro ambientale senza ritorno. Difficile pensare che con Donald Trump al potere si possa rimettere in sesto il Venezuela.