Summit di Copenaghen: riassunto dell’ottavo giorno

di Marco Mancini Commenta

L’ottavo giorno ha rischiato di essere l’ultimo del summit di Copenaghen. La giornata di ieri è stata la peggiore dal punto di vista dei negoziati, in quanto lo scontro tra Paesi poveri e Paesi ricchi si è inasprito talmente tanto da far minacciare il boicottaggio da parte dei primi. I rappresentanti del G77, i 131 Paesi considerati “in via di sviluppo”, aveva denunciato lo scarso impegno da parte dei Paesi più industrializzati.

In particolare li accusavano di fornire pochi soldi nel fondo comunitario, di rallentare i lavori e non dargli il giusto peso politico, ma soprattutto contestavano ai Paesi ricchi una volontà di tagliare le emissioni di gas serra  troppo scarsa rispetto alle richieste. I Paesi poveri chiedono una riduzione che vada dal 25 al 40% entro il 2020, quelli ricchi parlano di un 17-20% di media, a parte l’Unione Europea che alza tale soglia fino al 30%. L’altro punto contestato riguarda il protocollo di Kyoto. I Paesi del G20 non volevano nemmeno prenderlo in considerazione, gli altri invece hanno chiesto che fosse una base di partenza da rispettare fino ad un prossimo accordo, in quanto li tutelava in caso di mancato rispetto.

E così è scoppiato lo scontro. Il rappresentante del G77 ha dichiarato che, se le cose non fossero migliorate, i Paesi poveri erano disposti a fare le valigie e lasciare la capitale danese. Per fortuna in serata è tornata la calma. L’Europa ha mediato e ha riaperto il dialogo, facendo tornare sui loro passi i dissidenti.

Ma intanto continuano le polemiche. La Russia tira in ballo i quattro Paesi più inquinanti al mondo, Usa, Cina, India e Brasile, affermando che sono loro quelli che più di tutti devono tagliare le emissioni. In particolare mentre le prime tre sono accusate di troppe emissioni, e gli si chiede di diminuirle, al Brasile viene contestato soltanto il “crimine” di non fare abbastanza contro la deforestazione della foresta Amazzonica. Intanto Medvedev ha annunciato l’obiettivo per il suo Paese, un punto molto importante in favore del successo dei negoziati: riduzione del 25% delle emissioni (anche se non ha specificato a quale anno si riferiva), entro il 2020, attraverso investimenti sull’efficienza energetica ed il nucleare.

E mentre anche la Cina si scaglia contro le nazioni ricche, senza tenere in considerazione che da sola inquina più di tutta l’Europa, a tentare una mediazione ci pensano due presidenti che già nei giorni scorsi si erano dati da fare, e cioè Felipe Calderon, presidente messicano e Jens Stoltemberg, Primo Ministro norvegese. I due hanno presentato un documento congiunto con l’obiettivo di superare lo stallo del Fondo per i Paesi poveri. Il distacco tra domanda e offerta è tanto, e allora i due Paesi pensano che si possa ridurre stanziando 10 miliardi di dollari all’anno fino al 2013, ma incrementando tale fondo fino a 30-40 miliardi di dollari dal 2014 al 2020.

Intanto si studia anche un modo per ridurre la deforestazione, la quale, secondo gli ultimi studi, produrrebbe il 20% delle emissioni di gas serra globali, quanto cioè tutta quella del trasporto aereo, su strada, marittimo e su rotaia messi insieme. Per questo la richiesta da parte della commissione scientifica dell’Onu, immediatamente sottoscritta da 40 Paesi africani, asiatici e dell’America Latina, è di tagliare del 50% la deforestazione entro il 2020.

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