Le 5 specie a cui “conviene” la guerra

di Marco Mancini Commenta

tigre

Quando si dice che non tutti i mali vengono per nuocere. Il primo impatto su qualsiasi specie che vive in una zona di guerra è terribile. Insieme alle persone ferite o uccise anche gli animali subiscono un destino simile. Mentre per alcune specie una zona di conflitto non è un posto per vivere, per altre, grazie all’assenza improvvisa in vaste aree dell’uomo, l’esistenza comincia a diventare un tantino più semplice. Quella che viene prima alla mente è la tigre, che trova cadaveri di cui nutrirsi per il più facile dei pasti, ma non è solo questo a fare la differenza.

Queste 5 specie, nei decenni scorsi, hanno prosperato mentre gli esseri umani erano impegnati a lottare tra di loro. E chissà che non sperino che le battaglie durino ancora per molto.

1. Tigri. Un caso storico ci riporta alla guerra del Vietnam. Mentre le forze statunitensi distruggevano vaste aree di foreste per stanare i guerriglieri, studi post-guerra mostrano che le zone che non sono state toccate hanno permesso il prosperare di diverse specie animali, tra cui la tigre:

Le tigri (Pantheris tigris), a quanto risulta, hanno imparato che lasciar combattere (gli uomini) avrebbe prodotto cadaveri con cui alimentarsi. Dopo la guerra, i biologi sul campo tornati nelle foreste del Vietnam hanno trovato un numero incredibile di specie che era sopravvissuto alle turbolenze, compreso l’appena scoperto muntjac gigante (Muntiacus vuquangenesis, una specie di cervo) ed il bue Vu Qang (Pseudoryx nghetinhensis).

gru dal collo bianco

2. Gru dal collo bianco. La saga della gru dal collo bianco che vive nella zona demilitarizzata coreana è forse la più nota storia contemporanea di animali sviluppati a causa del conflitto umano.

La zona demilitarizzata coreana, 155 miglia di lunghezza e circa 2 miglia di larghezza, è stata letteralmente “terra di nessuno” per 57 anni – e questo significa che è diventata un rifugio per la fauna selvatica. La striscia di terra fortificata è sede di alcune delle specie più minacciate della Corea, come la tigre coreana, l’orso nero asiatico, e l’estremamente rara gru della Manciuria e dal collo bianco.

Le gru sono elencate come vulnerabili nella Lista Rossa IUCN con una popolazione stimata intorno a 6000 esemplari. L’International Crane Foundation (ICF) riferisce che le principali minacce per gli uccelli sono la perdita di habitat a causa dell’espansione dell’allevamento e la costruzione di dighe del bacino del fiume Amur e la diga delle Tre Gole. Ma bisogna dire grazie alla guerra di Corea se questi animali sono arrivati fino ad oggi.

merluzzo

3. Eglefino e merluzzo. Tornando alla prima guerra mondiale, ci sono prove che gli esseri umani, preoccupati di uccidersi a vicenda, hanno attuato un vantaggio per la vita marina nel Nord Atlantico. Il periodo di 30 anni precedente la guerra vide l’industrializzazione del settore della pesca prendere un tributo sugli stock ittici, in quello che potrebbe essere il primo periodo nero per la vita marina. Ma le catture marine in Inghilterra e Galles scesero di due terzi tra il 1914 e il 1917, mentre le barche da pesca venivano utilizzate per scopi militari, o molto spesso evitavano di farsi vedere in mare aperto per non farsi affondare.

Dopo la cessazione delle ostilità, i pescatori sono stati ricompensati con catture spettacolari lungo tutta la costa settentrionale d’Europa. Successivamente l’analisi degli sbarchi e dei dati sullo sforzo della pesca hanno mostrato che gli stock di pesci che vivono sul fondo come il merluzzo bianco, l’eglefino e il nasello erano incrementati. Gli scienziati si sono finalmente convinti del nesso tra la pressione della pesca e le dimensioni degli stock ittici, e si resero conto che le dimensioni degli stock potevano essere manipolate regolando la pressione della pesca – una verità fondamentale che sta alla base della gestione della pesca di oggi.

Quindi, non solo la vita marina nel Nord Atlantico si è presa “una pausa” durante la Grande Guerra, ma l’esperimento è stato ripetuto in modo non intenzionale durante la seconda guerra mondiale con gli stessi risultati. Purtroppo però queste indicazioni provenienti dalla natura non sono state ascoltate e, terminato anche questo conflitto, si è ripreso a pescare in maniera selvaggia, facendo nuovamente calare il numero dei pesci.

gorilla

4. Gorilla di montagna. Non che la sua popolazione nella Repubblica Democratica del Congo sia fiorente, ma almeno sopravvive. Il bracconaggio e la sparizione dell’habitat a causa della ricerca di carbone e legname sono i veri rivali di questi animali i quali, solo approfittando della guerra interna alla nazione, hanno potuto prosperare perché non gli veniva più data la caccia.

lichi del nilo

5. Lichi del Nilo. Il conflitto in Sudan infuria da anni, ma ancora una volta sembra che la lotta dell’uomo abbia beneficiato il regno animale.

Circa 4.000 lichi del Nilo (Kobus megaceri) sono una specie presente solo in quella regione. Il Sudd, la più grande zona umida dell’Africa, è rimasta sottosviluppata a causa della guerra civile in Sudan, ma molti interessi hanno gettato gli occhi su questa zona umida, riconoscendovi un granaio potenziale per la regione. Purtroppo, la pace può essere la più grande minaccia per la fauna selvatica in Sudan: le armi automatiche sono ormai molto diffuse, e gli ex combattenti in cerca di reddito spesso diventano cacciatori e bracconieri.

E’ triste, infatti, che i nostri conflitti siano uno dei modi più sicuri per garantire il rinnovo ecologico. Ma pare incredibile che il regno animale possa prosperare solo in nostra assenza.

Fonte: [Treehugger]

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