Agricivismo

di Serena Savelli 3

Agricivismo

Secondo la definizione data dallo storico dell’urbanistica statunitense Richard Ingersoll in “Sprawltown” consta

dell’utilizzo delle attività agricole in zone urbane per migliorare la vita civica e la qualità ambientale e paesaggistica della città. L’agricivismo prevede il coordinamento di molteplici attività agricole in città, un’estesa partecipazione integrata ed una diffusa coscienza ambientalista. Sostenendo con questo, la funzione sociale dell’agricoltura in città, e mettendo in secondo piano quella estetica e produttiva.

Già nel 2007 la popolazione urbana del pianeta ha superato quella che vive nelle zone rurali e le previsioni demografiche dell’Onu stimano che nel 2030 saranno cittadini addirittura i due terzi degli abitanti del pianeta  concentrati nelle città-megalopoli.

Parallelamente si registra una tendenza di segno opporto: le città stanno diventando il teatro di un fenomeno di ritorno alla campagna. Non una campagna lontana e idilliaca, ma una campagna urbana, coltivata dai cittadini un po’ ovunque sui tetti, sui terrazzi, sui balconi e nei giardini delle metropoli. L’urbanista ha definito questo moto inverso quasi un ossimoro, che contiene in sé un concetto ed il suo contrario, una paradossale conseguenza dell’urbanizzazione.

L’agricivismo, sempre secondo lo storico, richiedendo la partecipazione attiva dei cittadini, rende più “urbano” ogni spazio perché crea spazi pubblici di interazione, lavoro collettivo, legami sociali, relazioni, amicizie e può rispondere a un fabbisogno locale,  coinvolgendo le parti più deboli delle società.

Importanti per l’urbanista sono soprattutto i ruoli didattici delle varie declinazioni in cui si concretizza l’agricivismo. L’agricoltura urbana può insegnare ai bambini, che hanno un’idea industriale e falsata del cibo, da dove vengono le cose che si mangiano, rieducarli all’alimentazione, alla cultura del cibo e della terra, riconciliarli con i ritmi delle stagioni e delle loro produzioni peculiari ed insegnargli la cultura del riciclo, che in agricoltura ha la più convincente delle sue manifestazioni, con gli scarti che divengono compost e quindi substrato fertile per nuove coltivazioni.

In quest’ottica l’agricoltura urbana viene intesa sia come una risposta alla sicurezza e all’educazione alimentare, ma soprattutto quale strumento sociale per rompere le barriere che la città, fatta di spazi privati, di grandi centri commerciali ed altri non luoghi, ha eretto tra i suoi abitanti.

Il fenomeno è stato preso in seria considerazione anche dalla Coldiretti, che ha pubblicato alcuni dati in merito, sdoganando definitivamente la pratica metropol-agraria, e valorizzandone tutti gli aspetti sociali ed ambientali.

Per approfondire:

[Fonti: Richardi Ingersoll: L’Agricivismo, Arianna editore; AA.VV. Quaderni sul paesaggio: Regione Emilia Romagna]

Commenti (3)

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