
In inglese si chiama “Shark Finning“, e significa la crudele pratica di catturare gli squali, tagliargli le pinne, non per mangiarli, ma per rigettare il pesce ancora vivo in acqua per farlo morire di una morte lenta e dolorosa. Può sembrare una pratica da pochi amanti del sadismo, ed invece pare che ci rimettano circa 40 milioni di squali all’anno in tutti gli oceani del mondo.
Mezzo milione di pinne vengono tagliate ogni anno nel solo Ecuador. Ma a parte questa pratica assurda, gli esseri umani sono responsabili dell’uccisione di 100 milioni di squali all’anno, attraverso la pesca e le catture accessorie. In altre parole, il predatore più importante al vertice della catena alimentare è stato reso sempre più raro. Ecco perché stabilire una riserva protetta per gli squali è un primo grande passo in avanti verso la loro salvaguardia.
Le chiamavano navi a perdere, imbarcazioni da far inabissare nella profondità delle acque con il loro carico di rifiuti tossici. Scorie radioattive da smaltire illegalmente con un metodo che fruttava un giro di affari di milioni di euro alle cosche della ‘ndrangheta. E il relitto ritrovato in questi giorni negli abissi del mar Tirreno, a largo delle coste di Cetraro, nota località balneare calabrese, potrebbe proprio essere uno di quegli scheletri nell’armadio tirato fuori da un pentito di mafia nel 1992. Trattasi di Francesco Fonti, che in una dichiarazione spontanea, avrebbe riferito di un gruppo di tre imbarcazioni fatte sparire nei fondali calabresi.