Sempre più caldo il tema della moda sostenibile per l’ambiente oggi

L’industria della moda sostenibile per l’ambiente a livello globale si trova di fronte a un paradosso crescente e che risulta essere sempre più complicato da debellare. Ritroviamo infatti edifici moderni e certificati sotto il profilo ecologico che nascondono, al loro interno, condizioni lavorative degradanti. Una situazione che non sembra essere cambiata in questi ultimi anni.

moda sostenibile per l'ambiente
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Come arrivare alla moda sostenibile per l’ambiente

Questa conclusione è arrivata grazie al rapporto “Fabbriche verdi, lavoro grigio”, realizzato dall’organizzazione Fair (coordinatrice della campagna Abiti Puliti). L’indagine accende i riflettori sul Bangladesh, snodo cruciale per giganti del settore come Benetton, Zara, H&M e Decathlon, rivelando come la “transizione giusta” promossa dall’Unione Europea sia ancora un miraggio per migliaia di operai.

Il report analizza la diffusione delle certificazioni LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), nate per attestare il basso impatto energetico degli edifici. Sebbene il Bangladesh vanti centinaia di strutture certificate, l’indagine condotta tra il 2024 e il 2025 dimostra che l’efficienza dei pannelli solari non coincide con il benessere di chi lavora. Si mette in atto il classico detto di come l’apparenza possa ingannare.

Infatti in molte di queste “fabbriche modello”, i salari restano inferiori del 70% rispetto alla soglia di dignità, la rappresentanza sindacale è quasi nulla e i ritmi di produzione risultano estenuanti. Le testimonianze raccolte, come quella dell’operaia Reshma, descrivono un ambiente opprimente: nonostante l’aria condizionata, la mancanza di sistemi di ventilazione adeguati satura l’aria di polveri tessili, causando malattie croniche. La risposta dei vertici aziendali si limita spesso alla fornitura di mascherine insufficienti, ignorando le richieste di interventi strutturali.

Una delle richieste centrali di Fair ai colossi della moda è la sottoscrizione dell’Accordo Internazionale per la salute e la sicurezza. Nato dalle ceneri della tragedia del Rana Plaza del 2013, che costò la vita a oltre 1.100 persone, questo protocollo mira a vincolare le aziende a standard di sicurezza rigorosi e a pratiche commerciali eque, impedendo che il profitto venga anteposto alla vita umana.

Oltre alla sicurezza fisica, il rapporto sollecita misure contro la violenza di genere e la libertà di associazione sindacale, diritti spesso calpestati da decenni di gestione politica autocratica. Garantire un salario dignitoso non è solo un dovere etico, ma una necessità climatica: solo con entrate adeguate i lavoratori possono permettersi abitazioni sicure e un’alimentazione sana per contrastare gli effetti del riscaldamento globale. In conclusione, il caso del Bangladesh dimostra che non può esistere una vera “fabbrica verde” se il lavoro che vi si svolge rimane “grigio”, privo di dignità e tutele fondamentali.

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