Il riscaldamento globale dietro il disastro Himalaya, tra Nepal e Tibet

Il recente disastro che ha sconvolto l’Himalaya, tra Nepal e Tibet, è l’ennesimo segnale di un equilibrio idrogeologico spezzato dal riscaldamento globale. Una titanica colata di fango, roccia e acqua ha causato centinaia di vittime e devastazioni. Come spiegato dal geologo Mario Tozzi ai microfoni di Fanpage.it, a scatenare la catastrofe non è stato un terremoto, le scosse registrate sono state la conseguenza e non la causa del crollo, bensì la rottura di un bacino glaciale d’alta quota.

riscaldamento globale
riscaldamento globale

L’impatto del riscaldamento globale sul disastro

L’accumulo imprevisto di acqua di fusione ha travolto gli argini naturali, trascinando a valle una massa distruttiva la cui dinamica evoca, per certi versi, la tragedia del Vajont del 1963. L’origine di questo fenomeno risiede nell’innalzamento continuo dello zero termico, ormai schizzato ben oltre le cime più alte. Fondendo, il ghiaccio profondo smette di funzionare da collante naturale per la roccia: la montagna perde stabilità, si disgrega e cede. Non si tratta di un problema confinato alle vette asiatiche.

Pur con volumi e proporzioni differenti, la medesima dinamica si sta manifestando con frequenza crescente anche sull’arco alpino italiano. Episodi come la tragica valanga della Marmolada del 2022, l’alluvione di Bardonecchia del 2023 o i continui crolli sulle Dolomiti mostrano come il dissesto legato alla crisi climatica sia già una realtà concreta sui nostri territori. Parliamo quindi di una problematica che coinvolge tutti, indipendentemente dal Paese in cui ci si ritrova e questo deve preoccupare maggiormente.

Tutto è legato alla solita questione del riscaldamento globale. Di fronte a montagne sempre più fragili, l’unica strategia di adattamento sostenibile consiste in una radicale inversione di marcia. Secondo Tozzi, le amministrazioni pubbliche devono innanzitutto azzerare il consumo di suolo in quota, ponendo un freno immediato a cantieri, seconde case, hotel e nuove infrastrutture edificate spesso in aree ad altissimo rischio idrogeologico.

Occorre inoltre accettare che il modello turistico legato allo sci invernale tradizionale è ormai al capolinea; insistere con l’innevamento artificiale o con grandi opere impattanti significa solo consumare preziose risorse idriche ed energetiche, sommando errori a una situazione già compromessa. La priorità non è più adattare l’ambiente alle esigenze dell’uomo, ma rimuovere o demolire le strutture a rischio e limitare la presenza antropica dove la natura rivendica i propri spazi.

Per proteggere le Alpi e garantire la sicurezza delle comunità locali, l’unica vera soluzione efficace è fare un passo indietro e restituire alla montagna il suo naturale equilibrio. Solo in questo modo si potrà evitare che ci siano tragedie di questo tipo, ormai le temperature sono aumentate e non si può fare molto, ma si può evitare che la situazione peggiori.

Lascia un commento

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.