L’estremo costo del non far niente: ecco cosa sarebbe accaduto se non avessimo preso provvedimenti per il buco dell’ozono

di Marco Mancini Commenta

Uno dei maggiori ostacoli per affrontare questioni di ampia portata, come il cambiamento climatico globale, è la nostra tendenza a concentrarci sui costi delle azioni correttive nel breve termine, piuttosto che su quelli a lungo termine del non fare nulla.

Alla radice del problema può esserci semplicemente la natura umana. Nulla di quanto contenuto nel nostro sviluppo evolutivo ci ha preparato a trattare con problemi a lungo termine del nostro fare, semplicemente perché la nostra capacità di creare tali problemi è abbastanza recente. Così è pure la nostra capacità di fare previsioni su ciò che è probabile che si verifichi in seguito ad un certo punto nel tempo. Spesso, è solo quando le condizioni diventato impossibili da ignorare (fiumi inquinati, l’acqua e l’aria che minacciano la nostra salute) che siamo finalmente spronati a pagare il prezzo dell’agire.

Una notevole eccezione è stata il protocollo di Montreal, che prevedeva il divieto di riduzione delle sostanze chimiche, firmato nel 1989, da 193 nazioni. Al centro del dibattito c’è stato l’uso di clorofluorocarburi (CFC) nei fluidi refrigeranti e propellenti per spray. Rilasciati nell’atmosfera, essi reagiscono con la luce ultravioletta nella stratosfera a distruggono lo strato di ozono che ci protegge dal sole.

In grado di sopravvivere nell’atmosfera per decenni, le sostanze chimiche hanno contribuito alla comparsa di un “buco nell’ozono” sull’Antartide alla fine del 1970. Un evento che ha sconvolto gli scienziati e i politici che finalmente hanno dovuto agire, e hanno aperto gli occhi del mondo sul concetto che l’attività umana può avere effetto sull’ambiente su scala globale.

Nell’ambito del protocollo di Montreal, la produzione di CFC è stata gradualmente eliminata nel corso degli anni fino ad essere vietata completamente nel 1996. L’obiettivo era portare lo strato di ozono terrestre ai livelli del 1974 entro il 2050. Il mese scorso, gli scienziati della NASA hanno rilasciato un analisi di ciò che il mondo avrebbe subìto se la comunità internazionale non avesse deciso di vietare i CFC. Dall’Earth Observatory della NASA (foto sopra):

La serie inizia con le immagini del 1974, prima della rilevazione del buco nell’ozono. Le concentrazioni di ozono nella stratosfera sono elevate. Nel 1994, il modello prevede che le concentrazioni di ozono sono diminuite da oltre 500 unità Dobson a circa 400. Con le simulazioni nell’anno 2009, lo strato di ozono sarebbe calato a sole 300 unità Dobson. Entro il 2020, il modello predice che un “buco”, concentrato al di sotto delle 220 unità Dobson, si sarebbe formato su tutto l’Artico e l’Antartico. Entro il 2040, il buco sarebbe stato globale. Entro la fine il modello globale di ozono scenderebbe a meno di 110 unità Dobson, un 67 per cento in meno dal 1970.

Per capire meglio i numeri, pensiamo a 5 minuti di esposizione solare a mezzogiorno ad una latitudine del Sud Italia. Già oggi c’è il rischio di qualche scottatura, ma con una situazione come quella calcolata dalla NASA, ci sarebbe stato il rischio di un aumento del 500% della possibilità della mutazione del DNA dovuta alle radiazioni

Kofi Annan, ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha chiamato il Protocollo di Montreal “l’accordo internazionale di maggior successo fino ad oggi”. La speranza adesso è che se ce l’abbiamo fatta allora, ce la faremo anche in futuro, magari già dalla prossima conferenza di Copenaghen a dicembre.

Fonte: [Ecology]

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