Marea nera, animali in fuga come da bosco in fiamme

di Paola P. 2

Marea nera paragonabile ad un mega incendio di quelli che spingono gli animali fuori dal bosco. La vita si fa impossibile nel Golfo del Messico che si sta riempiendo di zone morte, prive cioé di ossigeno, succhiato via dal metano, che al momento rappresenta più del 50% della perdita e i cui valori sono stati quantificati in 100mila volte superiori alla norma. A contatto con l’acqua, il metano provoca la proliferazione di batteri in grado di degradarlo ma a farne le spese è proprio l’ossigeno, e dunque la vita. Come spiega Samantha Joye, ricercatrice all’Università della Georgia, ci sono:

colonne di metano di 200 metri a una profondità tra i 1.000 e i 1.300 metri. L’acqua non è ancora arrivata ad avere zero ossigeno, ma ci si sta avvicinando.

A peggiorare le cose, non solo il metano, ma anche l’arsenico, i cui livelli in ascesa nell’area del disastro destano le preoccupazioni degli esperti:

le fuoriuscite di petrolio nell’oceano possono aumentare i livelli tossici di questo elemento, che può così entrare nella catena alimentare.
L’arsenico può distruggere il processo di fotosintesi nelle piante marine, aumentare le possibilità di alterazioni genetiche responsabili di difetti alla nascita e cambiamenti comportamentali nella vita acquatica, e uccidere animali, come gli uccelli, che si nutrono di creature marine contaminate.

Tornando agli animali in fuga, c’è in corso una vera e propria migrazione della fauna marina per allontanarsi il più in fretta possibile dall’area in cui è avvenuto lo sversamento di petrolio. Stando al Guardian, in Florida sono stati avvistati molti squali e delfini vicinissimi alla costa, mentre sui moli dell’Alabama si stanno formando colonie di piccoli crostacei e pesci come le triglie che prima non si trovavano in zona. Basterà questa fuga di massa a salvarli? A quanto dicono gli esperti, pare proprio di no. Tutt’altro. In molti, tra pesci e uccelli che si avvicinano alle coste e ai fondali più bassi, trovano una morte certa, perché più esposti, in acque meno profonde, ai predatori. E come se ciò non bastasse, la marea nera li insegue, come spiega Larry Crowder dell’università di Duke:

Con la marea che si avvicina alle coste potrebbero presto trovarsi intrappolati tra il petrolio e la spiaggia.

Solitamente non ci interessiamo al gossip né crediamo che la vita privata di un dirigente BP possa essere un fattore determinante in un disastro simile. Tuttavia la notizia diffusa in questi giorni, che Henric Svanberg al vertice della compagnia petrolifera se la stesse spassando a bordo di uno yacht di lusso con la sua amante mentre infuriava il disastro, ci ha colpito. Non per lo scalpore che ha sollevato, ma per la freddezza e la mancanza di sensibilità che spinge persone che hanno in mano il destino di un intero ecosistema a stappare bottiglie di champagne mentre centinaia di delfini tossiscono e muoiono, uccelli restano incatramati nel petrolio e tartarughe bruciano vive. Per non parlare della disperazione dei pescatori e degli operatori del settore turistico delle coste. Quelle nel Golfo del Messico, a quanto pare, non sono le uniche zone morte. L’umanità di certa gente è deceduta da un pezzo.

[Fonte: Ansa Ambiente&Energia]

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