L’impatto degli assorbenti e tamponi sull’ambiente

Ogni donna, nel corso della propria vita, utilizza tra gli 8.000 e i 15.000 dispositivi di protezione mestruale. Nonostante l’uso quotidiano e intimo, questi prodotti si trovano oggi in un preoccupante vuoto normativo. Un recente rapporto dell’Ong francese Règles élémentaires, realizzato con il quotidiano Le Soir, denuncia come assorbenti e tamponi siano meno regolamentati di un mascara, nonostante l’assenza di limiti legali per sostanze cancerogene, pesticidi o metalli pesanti.

assorbenti
assorbenti

Quanto pesano assorbenti e tamponi sull’ambiente

Le analisi condotte da diverse organizzazioni hanno rivelato dati allarmanti. Pan Uk ha individuato tracce di glifosato (probabile cancerogeno) in tamponi di marchi famosi, con concentrazioni fino a 40 volte superiori ai limiti consentiti per l’acqua potabile. Uno studio del 2024 pubblicato su Environment International ha inoltre rilevato la presenza di arsenico, cadmio e piombo in 30 campioni analizzati, inclusi quelli biologici.

Ciò dimostra che la contaminazione non avviene solo nei campi di cotone, ma lungo l’intera filiera industriale. Non sono immuni nemmeno le alternative ecologiche: nelle mutande mestruali sono stati trovati PFAS (inquinanti eterni) e additivi plastici, mentre i processi di sbiancamento al cloro degli assorbenti tradizionali generano diossine e furani, sostanze tossiche per la riproduzione.

Una situazione quindi alquanto preoccupante che deve essere assolutamente presa in considerazione dai vari governi. Il rischio non deriva solo dalla singola dose, ma dall’esposizione cronica e dal cosiddetto “effetto cocktail”: l’interazione tra diversi composti chimici che i protocolli attuali non riescono a misurare. A differenza della pelle, la mucosa vaginale è estremamente permeabile, rendendo i limiti di sicurezza cutanea del tutto inadeguati.

Le conseguenze potenziali spaziano da dermatiti croniche a gravi alterazioni del sistema endocrino e immunitario. Sul fronte ambientale, l’impatto è devastante: un assorbente tradizionale contiene la plastica di 4-5 buste e impiega 500 anni per degradarsi, rappresentando la quinta categoria di rifiuto plastico più comune sulle spiagge europee. In Francia, l’obbligo di trasparenza introdotto nel 2023 è stato definito un “passo indietro”.

La legge impone di dichiarare solo gli ingredienti aggiunti intenzionalmente (come profumi), escludendo i residui di lavorazione più pericolosi. Inoltre, le informazioni sono spesso relegate nel foglietto interno, impedendo una scelta consapevole al momento dell’acquisto. Règles élémentaires chiede ora all’Unione Europea un cambio di paradigma: estendere il regolamento Reach a questi prodotti, fissare limiti rigorosi per i contaminanti e rendere obbligatoria l’etichettatura completa esterna.

Mentre la politica discute, la Francia muoverà un primo passo concreto nel 2026, rimborsando alle minorenni i dispositivi riutilizzabili certificati privi di PFAS. Si tratta di un inizio importante che si spera possa essere poi preso ad esempio anche dagli altri Paesi, per la salute delle donne e quella ambientale.

Lascia un commento

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.