Diminuire le emissioni? Una missione a costo (quasi) zero

auto elettrica

Gli oppositori della riduzione delle emissioni, specialmente gli americani, ma anche qualcuno qui in Italia, portano a sostegno della loro assurda tesi anche la motivazione del rincaro dei prezzi. Secondo questi irresponsabili infatti, l’energia solare, eolica e tutte le altre rinnovabili che si potranno ottenere nei prossimi anni costeranno molto di più rispetto a quanto non possono fare oggi petrolio, gas e carbone. Per fortuna non è così.

Secondo le stime di Cambridge Econometrics, una società di consulenza che fornisce modelli econometrici al governo britannico, è possibile raggiungere il taglio richiesto dai Paesi in via di sviluppo a quelli ricchi, cioè il -80% delle emissioni rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050, con costi molto contenuti.

Accordo di Copenaghen: un flop ratificato da tutti ma che non serve a nessuno

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Ufficialmente il summit di Copenaghen si è chiuso la sera del 18 dicembre. In realtà si è andati avanti ben oltre tale limite, fino alle 15:28 del giorno dopo. Il motivo di tale ritardo? Cercar di convincere i Paesi poveri a firmare questo accordo. Un accordo che non è un trattato e non è vincolante, tanto da far insorgere gran parte delle nazioni che lo ritenevano inutile (nella migliore delle ipotesi), fino a dannoso, o addirittura un “Olocausto che incenerisce l’Africa“, come l’ha definito il rappresentante del Sudan.

Ma alla fine la bozza di accordo che è stata stipulata da Cina e Stati Uniti, e fatta firmare anche da India e Sudafrica, ha posto fine a tutte le opposizioni. Gli unici a non voler firmare erano Tuvalu, la nazione che prima di tutte sta già pagando per il riscaldamento globale, Venezuela, Cuba, Bolivia, Nicaragua e Costarica. Ma in extremis, nella giornata di ieri, si sono viste costrette a firmare anche loro, in quanto trattandosi di una risoluzione Onu, dev’essere presa all’unanimità per poter essere approvata, e se non l’avessero fatto, avrebbero fatto saltare anche quel poco di buono che è stato deciso.

Summit di Copenaghen: riassunto del dodicesimo ed ultimo giorno

riunione capi di stato copenaghen

Il summit di Copenaghen si è concluso ieri, in tarda notte, anche se a livello ufficiale praticamente i giochi si sono conclusi alle prime ore dell’alba. Il risultato per alcuni (specialmente Cina e Stati Uniti) è una vittoria risicata, per altri (Paesi insulari e poveri in generale) è stata una cocente sconfitta, ma l’impressione generale è che si sia trattato di un pareggio che rimanda tutto, per usare una terminologia calcistica, al “match di ritorno” che si terrà da qui a un anno.

Con l’arrivo di Barack Obama nella notte del 17 sembrava che si dovesse trovare un accordo finale, ed infatti una sorte di accordo è stato trovato, ma di certo non quello che scienziati, ambientalisti e Paesi in via di sviluppo si aspettavano. Obama ha subito dichiarato che ci saremmo dovuti accontentare di un accordo, anche se imperfetto, ma sembra che quello trovato sia completamente sbagliato.

Il punto più importante, quello che salta all’occhio, è che non ci sono vincoli. Non si può parlare dunque di trattato vincolante (questo, se tutto va bene, sarà firmato tra un anno), ma in un certo senso di quello che diceva il delegato cinese due giorni fa, e cioè di un semplice “accordo politico di qualche tipo“. Le uniche cifre che sono state fatte sono quelle del massimo di incremento della temperatura media globale, fissata a 2 gradi centigradi, e gli aiuti ai Paesi poveri. Ma se sul fondo l’accordo può anche andar bene (10 miliardi entro il 2012, 50 entro il 2015 e 100 miliardi entro il 2020), quello sull’incremento delle temperature non va bene affatto. La maggior parte degli scienziati concordano col dire che, per com’è adesso la situazione delle emissioni, se poniamo il limite ai 2 gradi, con molta probabilità si arriverà ad aumentare le temperature di 3-3,5 gradi. Ciò che i Paesi insulari chiedevano, per evitare di essere inondati dall’aumento del livello degli oceani, era che le temperature si sarebbero dovute alzare di al massimo 1,5 gradi.

Il riscaldamento globale esiste, e per il 97% dei climatologi è causato dall’uomo

mutamenti climatici

I risultati di un’indagine effettuata su 3.145 scienziati, sono chiarissimi: la stragrande maggioranza della comunità scientifica ritiene che gli esseri umani siano responsabili del riscaldamento del clima. Il 90% di tutti gli scienziati intervistati pensa che il riscaldamento globale sia in corso, e l’82% crede che la causa siano le azioni dell’uomo. E addirittura il 97% dei climatologi intervistati ha dichiarato che la colpa è degli esseri umani.

Le informazioni che in questi giorno stanno rimbalzando da un media all’altro, su storie di invenzioni e dati falsi sul riscaldamento sono considerate fuorvianti, ma si tratta di informazioni estremamente importanti in questo momento cruciale. Con risultati incerti di Copenaghen, il destino delle leggi di riforma energetica potrebbero ora ritrovare nuova linfa grazie ai risultati di questa indagine, effettuata dalla Cnn.

Il WWF denuncia le “scappatoie” che farebbero fallire l’accordo di Copenaghen

inquinamento russia

Speriamo che un accordo venga trovato a Copenaghen. Purtroppo però visto quanto dicono gli scienziati, stando ai numeri di cui si parla oggi, potrebbe non essere sufficiente per scongiurare un pericoloso riscaldamento globale, ma potrebbe essere sufficiente solo a soddisfare l’onore diplomatico.

Ieri però il Wwf ha evidenziato le lacune in un progetto che potrebbe essere un accordo globale senza valore. Il Commissario UE all’ambiente Stavros Dimas, ha sostenuto uno dei punti chiave proposti dall’associazione animalista. La statistica del WWF parla di un accordo tra i Paesi industrializzati che si sono impegnati a tagliare le loro emissioni del 20%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2o2o, ma in realtà hanno scritto che possono aumentarle dal 5 al 10%.

A meno che non si trovi una soluzione, afferma Stephan Singer, direttore della politica globale sull’energia per il WWF, Copenaghen potrebbe diventare un “charter che inquina“. Un esempio su tutti è la Russia. A causa del crollo industriale del 1990 l’ex Stato Sovietico ha accumulato, attraverso il protocollo di Kyoto, permessi per ridurre le emissioni globali. Ora sembra che la Russia, che nel frattempo ha rimesso in moto la sua macchina industriale, voglia vendere questi diritti fino al 2020, praticamente riprendendo ad inquinare.

Summit di Copenaghen: riassunto dell’undicesimo giorno

obama a copenaghen

Il penultimo giorno del summit di Copenaghen è stato abbastanza piatto. Si può dire tranquillamente che non è successo nulla, fino praticamente a tarda sera. Se infatti durante tutta la giornata continuava a serpeggiare il malumore tra i negoziatori a causa delle parole dei delegati cinesi che avevano parlato di “accordo impossibile da raggiungere“, una prima avvisaglia di qualcosa che poteva cambiare la si è avuta nel primo pomeriggio, quando ha preso la parola Hillary Clinton.

Il segretario di Stato americano ha reso noto che il suo Paese era disponibile a legarsi ad un accordo vincolante, prima volta nella storia degli Stati Uniti, ma soprattutto a partecipare al fondo per i Paesi poveri di 100 miliardi l’anno, senza però dare cifre precise. Un’apertura che ha fatto ben sperare, e che ha permesso di far partire Barack Obama, arrivato durante la notte nella capitale danese, con un certo vantaggio.

Ed infatti appena sbarcato, è stato aperto un “summit notturno” che ha riacceso le speranze. L’incontro con i primi capi di Stato è andato bene, tanto che si parla addirittura di una prima bozza di accordo. Siamo ancora nel campo delle ipotesi, visto che vanno presi in considerazione un po’ tutti i delegati dei grandi Paesi mondiali, ma si parla di una riduzione delle emissioni tale da poter rimanere entro i 2 gradi di riscaldamento e di un fondo da destinare ai Paesi poveri che sarà di 10 miliardi di dollari l’anno tra il 2010 e il 2012; 50 miliardi tra il 2013 ed il 2015, e 100 miliardi tra 2016 e 2020. Il fondo sarà composto in parte da finanziamenti diretti di Europa, Stati Uniti, Canada, Giappone e Australia, ed in parte sarà autofinanziato attraverso meccanismi di cap and trade ed altri sistemi economici.

Summit di Copenaghen: riassunto del decimo giorno

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Più ci avviciniamo alla fine e più difficile sembra che si trovi un accordo vincolante per ridurre le emissioni e risolvere gli altri problemi ambientali. Mentre il presidente della Commissione Europea sul clima Josè Barroso ha spiegato che di solito questi accordi si trovano all’ultimo minuto, e dunque non bisogna disperare finché il vertice non è concluso, a porre un grosso ostacolo ai negoziati ci si mette oggi la Cina.

Il colosso asiatico, che nei giorni scorsi aveva fatto da mediatore tra Paesi poveri e ricchi, ha reso noto di avere ben poche speranze che si possa trovare un accordo, e così l’unico risultato utile che si può ottenere al momento è

una breve dichiarazione politica di qualche tipo.

Di certo non quello che gli attivisti e gli scienziati si aspettavano alla vigilia. Una “dichiarazione politica” si potrebbe tradurre in una semplice promessa, ciò che i politici sono molto bravi a fare, di ridurre “un giorno” le emissioni. Questo significherebbe doversi aggiornare tra un anno al prossimo COP16 nel tentativo di trovare una soluzione condivisa, dopo aver cercato la soluzione in patria, ma questa pare essere davvero un’àncora di salvezza per un vertice che sta letteralmente affondando.

Schwarzenegger propone un vertice-bis per ogni nazione

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Il Governatore della California Arnold Schwarzenegger ha presentato ieri a Copenaghen, insieme al Governatore dello stato brasiliano di São Paulo, José Serra, una proposta alle Nazioni Unite, nel caso in cui fallisse il vertice di Copenaghen: una sub-conferenza nazionale sul clima.

Vorrei chiedere alle Nazioni Unite di convocare un vertice sul clima, come Copenaghen, ma per le città, per gli Stati, le province e le regioni. I Governi nazionali del mondo non possono compiere i progressi che sono necessari in materia di cambiamento climatico a livello mondiale da soli

ha spiegato Schwarzenegger all’auditorium del COP15. Schwarzenegger, il cui Stato è la settima potenza economica più grande del mondo, fa riferimento all’attivismo degli anni Sessanta e al suo successo nel promuovere i diritti delle minoranze e delle donne e ha suggerito che un approccio simile per ridurre le emissioni di carbonio potrebbe essere più efficace rispetto alle conferenze internazionali come il COP15.

Summit di Copenaghen: riassunto del nono giorno

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Sentimenti contrastanti si incrociano nella capitale danese in questi giorni. Dagli Stati Uniti Barack Obama si dice ottimista ed il suo segretario di Stato, Hillary Clinton, è aperta a qualsiasi colloquio per non far fallire il congresso. Chi invece è arrivato a Copenaghen non si esprime negli stessi termini. Il Primo Ministro britannico, Gordon Brown, ha detto di essere quasi sicuro che i negoziati falliranno. Sarà difficile infatti trovare un compromesso nell’arco di 3 giorni che faccia avvicinare due parti così distanti come i Paesi ricchi e quelli poveri. A lui fa eco il presidente Australiano Kevin Rudd, tanto che, vista la cattiva aria che tirava, Al Gore ha tentato di salvare il salvabile, e ha chiesto un nuovo incontro nel prossimo luglio per sviluppare i punti ancora lasciati irrisolti in questo vertice. Angela Merkel invece si è detta “nervosa” in quanto spera di riuscire a trovare un accordo entro venerdì, ma lo vede molto difficile.

E mentre anche il Papa lancia un appello da Roma affinché si trovi un accordo che non distrugga la Terra, nella giornata di ieri si è parlato principalmente di questo, e cioè della salvezza delle foreste mondiali. Incalzato dal portabandiera della lotta alla deforestazione, il Principe Carlo d’Inghilterra, il dibattito si è concentrato non tanto sulle sanzioni per chi distrugge le foreste, quanto sui premi da assegnare a chi le foreste le protegge.

Infatti adesso siamo di fronte ad un paradosso per cui conviene di più abbattere le foreste e poi ripiantarle, che non lasciarle intatte. Oggi infatti si ottengono diversi vantaggi, prima di tutto sul famoso commercio dei crediti ad inquinare, ma anche economici, e perfino simbolici, visto che ci sono alcuni Paesi che sono stati premiati per aver ripiantato gli alberi tagliati, mentre altri che li hanno lasciati intatti non sono stati nemmeno presi in considerazione. E così è stato discusso un metodo per proteggere il mondo dalla deforestazione preventiva, e cioè va bene ripiantare gli alberi tagliati, ma è meglio non tagliarli affatto.

Climate REDI: il nuovo programma ambientalista di Obama per i Paesi poveri

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Può sembrare una iniziativa relativamente piccola rispetto agli investimenti precedenti dell’amministrazione Obama nei programmi di energia rinnovabile e nello sviluppo, ma la creazione di un programma chiamato “Climate REDI” è un’altra tappa importante nella crescita del neonato mondo dell’economia dell’energia pulita. Sulle fonti rinnovabili e l’efficienza di distribuzione lancia l’iniziativa oggi il ministro dell’Energia Stephen Chu: un totale di 350 milioni di dollari di fondi sarà destinato ad accelerare lo sviluppo delle tecnologie pulito e nella distribuzione in tutto il mondo.

In base ai progressi climatici, gli Stati Uniti contribuiranno con 85 milioni dollari per un piatto a livello mondiale di 350 milioni (tra gli altri Paesi aderenti c’è anche l’Italia) per contribuire ad accelerare la crescita e la diffusione di tecnologie pulite e progetti rinnovabili. Il finanziamento sarà orientato su 4 programmi principali che vedremo dopo il salto.

Summit di Copenaghen: riassunto dell’ottavo giorno

negoziatore africano cop15

L’ottavo giorno ha rischiato di essere l’ultimo del summit di Copenaghen. La giornata di ieri è stata la peggiore dal punto di vista dei negoziati, in quanto lo scontro tra Paesi poveri e Paesi ricchi si è inasprito talmente tanto da far minacciare il boicottaggio da parte dei primi. I rappresentanti del G77, i 131 Paesi considerati “in via di sviluppo”, aveva denunciato lo scarso impegno da parte dei Paesi più industrializzati.

In particolare li accusavano di fornire pochi soldi nel fondo comunitario, di rallentare i lavori e non dargli il giusto peso politico, ma soprattutto contestavano ai Paesi ricchi una volontà di tagliare le emissioni di gas serra  troppo scarsa rispetto alle richieste. I Paesi poveri chiedono una riduzione che vada dal 25 al 40% entro il 2020, quelli ricchi parlano di un 17-20% di media, a parte l’Unione Europea che alza tale soglia fino al 30%. L’altro punto contestato riguarda il protocollo di Kyoto. I Paesi del G20 non volevano nemmeno prenderlo in considerazione, gli altri invece hanno chiesto che fosse una base di partenza da rispettare fino ad un prossimo accordo, in quanto li tutelava in caso di mancato rispetto.

E così è scoppiato lo scontro. Il rappresentante del G77 ha dichiarato che, se le cose non fossero migliorate, i Paesi poveri erano disposti a fare le valigie e lasciare la capitale danese. Per fortuna in serata è tornata la calma. L’Europa ha mediato e ha riaperto il dialogo, facendo tornare sui loro passi i dissidenti.

Lula annuncia il taglio di emissioni del Brasile e avvia una nuova politica per salvare l’Amazzonia

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Il presidente brasiliano Lula ha promesso nella giornata di ieri che il suo Paese avrebbe ridotto le sue emissioni di CO2 dal 36,1% al 38,9% entro il 2020, assicurandosi così un posto come protagonista tra i leader al COP15. Con il suo modo di fare piuttosto “colorito”, ha sostanzialmente evitato un’attenta e pacata discussione politica, adottata da molti suoi colleghi, quando si parla di soluzioni al cambiamento climatico, colpendo con un tono serio e forte sulla questione che lo ha reso popolare tra gli ambientalisti.

Ha parlato in difesa della foresta pluviale della propria nazione, l’Amazzonia, perché vuol tutelare la sua funzione vitale per l’ecosistema globale, prendendo iniziative per rapidamente porre fine alla deforestazione. Finalmente un’iniziativa politica decisa in materia ecologista. Peccato però che i comportamenti politici visti a Copenaghen non vadano nella stessa direzione, e per ora abbia annunciato un’amnistia per coloro che non rispettano la legge.

Summit di Copenaghen: riassunto del settimo giorno

aumento livello mare australia

Nonostante ieri fosse domenica, il vertice di Copenaghen non si è fermato, ma ha soltanto rallentato i lavori per prepararsi meglio alla settimana cruciale, quella che comincia oggi e si concluderà venerdì prossimo con la firma dell’accordo (si spera) dei vari Capi di Stato.

Così ieri hanno trovato più spazio gli scienziati. La conferenza si è aperta con la relazione della commissione sulla biodiversità delle Nazioni Unite, che ha parlato del ruolo degli oceani nel recupero della Co2. Secondo la commissione UNEP, gli oceani sono, in condizioni normali, in grado di assorbire un quarto della Co2 prodotta dall’uomo attraverso la deforestazione, combustione, ecc. Negli ultimi anni però il livello della loro acidità è salito molto rapidamente, al tasso più veloce di sempre (si calcola che l’acidità sia aumentata di 100 volte negli ultimi 20 milioni di anni), portando così ad una duplice conseguenza: il pericolo per la biodiversità, con un calcolo al 2100 che prevede come il 70% della barriera corallina sparirà a causa dell’acidificazione; ma portando anche ad una conseguente diminuzione della Co2 assorbita. In quel caso, se non si mette un freno alle emissioni, si rischia di vedere un incremento improvviso della concentrazione di gas serra.

L’albero di Natale più ecologico è l’albero vero

albero di natalePuò non suonare come “ambientalista”, ma abbattere un albero vero per Natale è in realtà il modo più ecologico, rispetto al tipo artificiale, di festeggiare.

E’ un po’ controintuitivo per le persone

ha detto Clint Springer, un biologo dell’Università Saint Joseph’s di Philadelphia. A causa delle preoccupazioni per la deforestazione in tutto il mondo, naturalmente, molte persone temono che l’acquisto di un vero albero potrebbe contribuire a tale problema. Ma la maggior parte degli alberi di Natale che vengono venduti in questi giorni non sono cresciuti nella foresta, ma nelle aziende che li piantano con lo scopo esplicito di tagliarli proprio per le festività.

Inoltre, guardando il problema da una prospettiva di gas ad effetto serra, gli alberi veri sono

la scelta più ovvia

continua Springer.