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Ilva di Taranto, debito spaventoso, decreto Renzi sacrifica AIA e bonifiche

Nuovo capitolo per l’Ilva di Taranto, il debito dell’azienda ammonta a 2,91 miliardi di euro secondo il tribunale fallimentare di Milano che ne ha dichiarato l’insolvenza nell’ambito dell’amministrazione straordinaria del commissario Gnudi. Situazione caotica: non ci sono abbastanza soldi per soddisfare le obbligazioni e gli interventi del piano ambientale. Intanto il Movimento 5 Stelle e SEL cercano di far modificare il decreto di Renzi sull’Ilva che sancisce (e quando mai!) che la problematica ambientale è di secondo piano, permettendo di ottemperare alle prescrizioni AIA solo per l’80%, senza nemmeno esplicitare su quale base debba essere calcolata questa percentuale.

A view of the ILVA plant in the southernAncora una volta caos attorno all’Ilva di Taranto: 2,91 miliardi di debiti verso banche, INPS, fornitori e altri soggetti, questo l’importo stimato dal tribunale fallimentare che ha dichiarato lo stato di insolvenza dello stabilimento pugliese. Come ampiamente previsto da alcuni, i soldi non bastano per far fronte ai debiti e all’attuazione del piano ambientale, considerando anche che i fondi sequestrati alla famiglia Riva restano per lo più sotto chiave in Svizzera. Il loro reperimento resta legato all’esito delle vicende giudiziarie che coinvolgono i Riva e alla misura del decreto di Ilva di Renzi che ha come obiettivo quello di permettere l’emissione di obbligazioni a garanzia per i fondi sequestrati al fine di poter recuperare i soldi dei Riva depositati in Svizzera.

Situazione ancora molto confusa per l’Ilva di Taranto, quindi, ma come sempre una cosa è certa: la bonifica ambientale – e quindi la salute dei cittadini – è sempre una questione secondaria. Si pensi al decreto Renzi denominato Salva Ilva (varato alla vigilia di Natale): tra le novità al centro del decreto abbiamo la possibilità da parte dell’azienda di non ottemperare a tutte le prescrizioni in materia ambientale alle quali dovrebbe ottemperare obbligatoriamente. Ovvero: resta l’obbligo di ottemperare all’80% delle misure, e come questo 80 per cento debba essere calcolato (in base al numero degli interventi? Dando in proporzione più peso a quelli fondamentali?) resta un mistero. La confusione è uno dei “numeri” più classici, d’altronde, dei decreti italiani. Il tutto mentre ancora non si conoscono i dettagli della società con cui il governo intende affittare gli impianti aziendali, risanare l’Ilva e quindi rimetterla, in anni futuri, di nuovo sul mercato.

Va da sé che, per fortuna, qualcuno cerca di opporsi al decreto Salva Ilva di Renzi chiedendo che non si sacrifichi per l’ennesima volta l’obbligo di risanamento ambientale dell’aziende. Abbiamo infatti una proposta di Girotto del Movimento 5 Stelle affinché permanga l’obbligo di attuare le varie prescrizioni esistenti e un altro emendamento, sempre dei Cinque Stelle, che vuole parimenti riportare il limite-sconto dell’80% al limite del 100%. I 5 Stelle hanno poi elaborato un altro emendamento ancora (per cercare, con ogni probabilità, di ottenere almeno qualcosa), che stabilisce che in caso il limite permanga all’80%, le misure urgenti e necessarie per la tutela della salute della popolazione devono comunque essere comprese in tale percentuale. SEL, dal canto suo, chiede che nell’80% siano comprese le opere per coprire i parchi minerari, per la chiusura dei nastri trasportatori e l’adeguamento delle zone agglomerato, degli altiforni, delle acciaierie e delle cockerie.

Photo credits | Getty Images

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