Verdolatria

di Serena Savelli 7

Verdolatria

il termine introdotto, nel 1997, nell’ambito della discussione accademica sul paesaggio dal filosofo Alain Roger, designa quella ossessione che hanno alcuni ecologisti e ambientalisti nei confronti del verde. Il termine allude chiaramente al colore verde, che rinvia al vegetale, quindi alla clorofilla, la molecola trasformatrice di energia solare e motore della vita.

L’enfasi esclusiva, che la verdolatria pone,  sulla funzione biologica, igienica, sanitaria, salutare dell’ambiente è accusata di relegare ad una posizione marginale, di secondo piano l’aspetto culturale e simbolico, del paesaggio stesso quale mondo di rapporti tra popolazioni e luoghi che presiedono alla vita spaziale delle comunità.

Pertanto i verdolatri sono quanti peccano del voler trasformare un valore biologico in un valore estetico, un valore ecologico in un valore paesaggistico. A tal proposito lo stesso Roger spiega come essa consti in

un ecologismo che riesce a pensare solo le ragioni di una presunta naturalità ma che fatica a comprendere la natura profondamente culturale del paesaggio, l’intreccio pressoché indissolubile di ambiente e uomo che si esprime nella forma e nelle possibilità del territorio.

Un concetto legato a quello di verdolatria è quello di funzionalismo ambientale. In esso è connaturata l’illusione di poter assoggettare ogni intervento ad un controllo di tipo ambientale e la convinzione di poter costruire il governo del territorio a mezzo della sola applicazione intensiva delle tecniche di Valutazione d’impatto ambientale (VIA), come se fosse possibile contribuire ad una forma coerente di paesaggio attraverso bilanci quantitativi che ripartono e dimensionano, in un ottica riduzionista e meccanicista, quante porzioni di territorio debbano essere conservate e quante trasformate.

Entrambe i concetti evidenziano la necessità di non asservire al livello ecologico quello semantico del paesaggio umano che è essenzialmente spazio naturale antropizzato ma di ritrovare l’equilibrio, una volta scontato ed ora perduto con l’industrializzazione, tra paesaggio teatro della vita degli uomini ed ecosistema naturale che lo ospita.

Il filosofo francese prosegue in maniera volutamente provocatoria, nella definizione di verdolatria da lui data per il libro “Lessico per il paesaggio”  affermando che anzi è opinione di molti pittori che il verde non sia affatto un buon colore. Chi ha stabilito che un paesaggio debba essere una sorta di lattuga gigante, un brodo di natura, una zuppa di verdura?

Per approfondire

Commenti (7)

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