
Circa dal 15 al 20% del tessuto utilizzato per la produzione dell’abbigliamento finisce in discarica, un lusso che al giorno d’oggi non è più tollerabile. I pionieri della “moda a zero rifiuti” hanno trovato una soluzione: la progettazione di modelli di abbigliamento che utilizzano ogni centimetro di tessuto: se sembra facile, non lo è.
Secondo quanto riporta il New York Times, il mese prossimo la Parsons New School for Design offrirà uno dei primi corsi di moda a zero rifiuti al mondo, in cui gli insegnanti affiancheranno le tecniche della moda ai principi della sostenibilità.
Gli studenti avranno come compito quello di creare jeans a zero-rifiuti. Ma come fa un designer a creare i suoi modelli senza nemmeno un centimetro di meteriale di scarto? Sempre secondo il NY Times:
Il designer ha a disposizione diverse tecniche. Secondo la “sottrazione del taglio” di Timo Rissanen un modo per eliminare gli sprechi è quello di creare un modello di abito con soffietti, tasche, colli e rifiniture che si adattano come un puzzle. Tali progettisti favoriscono certe tecniche di taglio con nomi come il “taglio puzzle” (Liu) e “taglio a sottrazione” (Mr. Roberts). Mr. Rissanen ha inserito su un blog, zerofabricwastefashion.blogspot.com un altro metodo che è quello di non semplicemente tagliare il tessuto completamente, ma modellarlo direttamente su un manichino, per poi piegarlo, imbottirlo e cucirlo.
Un’altra tecnica a zero rifiuti è una tecnologia chiamata Direct Panel on Loom (DPOL) dello stilista indiano Siddhartha Upadhyaya. Il New York Times osserva che i produttori di abbigliamento più famosi devono ancora riprendere queste tecniche efficienti. Ma perchè?
[Usando Denim come esempio] la larghezza standard per la produzione del tessuto Denim commerciale è di 60 pollici di larghezza (circa un metro e mezzo, ndr). Utilizzare una larghezza diversa potrebbe modificare la quantità di rifiuti generati, ma sarebbe anche necessario ridisegnare una linea di produzione.
Ora non ci resta che attendere di vedere cosa i giovani designer saranno in grado di fare, e sperare che le future generazioni di stilisti prenderanno in considerazione anche i principi della sostenibilità per i loro capi.
Fonte: [Treehugger]