Giovedì 22 aprile torna l’Earth Day, il giorno della Terra

earth day 2010

40 anni fa 20 milioni di americani risposero all’appello del senatore democratico Gaylord Nelson e manifestarono, tutti nello stesso giorno, in favore della Terra. Si era agli albori dell’ambientalismo, e da allora non ci si è fermati più. Giovedì prossimo abbiamo la possibilità di far rivivere quella giornata con le migliaia di iniziative, personali o collettive, in occasione della quarantesima edizione dell’Earth Day.

Il Giorno della Terra non si è, per fortuna, fermato a quella manifestazione, ma si è ripetuto di anno in anno fino al prossimo 22 aprile, quando coinvolgerà 175 nazioni in tutto il mondo, compresa l’Italia. Ad organizzare le manifestazioni a livello globale è l’Earth Day Network, la rete di persone che si incontrano su internet, ma che agiscono sul terreno reale delle manifestazioni, e che organizzeranno il mega-concerto di Washington in favore dell’ambiente, dove prenderanno parte James Cameron, fresco di Oscar grazie al suo film Avatar, che ha proprio l’ambientalismo come sua bandiera; ma anche diversi cantanti di fama mondiale come Sting, John Legend, Joss Stone e tanti altri.

Produci elettricità? Non paghi il pasto. Iniziativa ecologica in Danimarca

cyclette danimarca

La danese Crowne Plaza Copenhagen Towers ha aperto alla fine del 2009, giusto in tempo per il vertice sul clima delle Nazioni Unite ormai famoso. L’albergo è stato costruito per essere “uno degli hotel più verdi al mondo”, proprio in onore del vertice. La struttura è composta da 25 piani ospita 366 camere ed è stata la prima in Danimarca ad avere tutta l’energia fornita da fonti energetiche rinnovabili.

Da oggi, 19 Aprile 2010, il Crowne Plaza Copenhagen Towers farà di più: offrirà un pasto (di produzione locale) del valore di circa 30 euro, ad ogni ospite pagante in grado di generare un’ora aggiuntiva da 10 watt di energia elettrica.

Agenti patogeni e clima, geografia delle malattie umane

agenti patogeni climaSe la vostra regione di residenza ha un clima caldo e umido e diversi tipi di uccelli e mammiferi che vi vivono, c’è una probabilità molto alta che la zona conterrà anche numerose specie di agenti patogeni che causano le più svariate patologie.
Un nuovo studio esamina la geografia delle malattie umane. Si tratta di una ricerca guidata dal dottor Rob Dunn della North Carolina State University, a fianco di un team internazionale di biologi e scienziati sociali, che dimostra come si possa prevedere il numero di tipi di agenti patogeni che causano malattie in una regione solo conoscendone il clima o il numero di uccelli e mammiferi che vi si trovano.

“Sono tanti i fattori, afferma Dunn, che influiscono sulla diversità e la quantità di agenti patogeni in una data regione: densità, numero di abitanti, il numero di anni che è stata abitata, la spesa pubblica per il controllo delle malattie. Ognuno di questi ha indubbiamente una certa influenza, ma l’ambiente è dominante.”

“Noi immaginiamo di avere sotto controllo la natura, ma nessuno sembra averlo detto alla natura”, ha proseguito Dunn. “L’ambiente e, nel suo senso più ampio la natura, determinano  il numero di tipi di malattie in varie regioni del mondo in misura ancora maggiore di come hanno influenzato il numero di specie di uccelli, mammiferi, formiche o api.”

Ricerca mette in dubbio ecologia dei Nativi Americani

stalagmiteEtichettati spesso come i primi veri ecologisti, attenti alla difesa degli equilibri della Madre Terra, rispettata e onorata, i Nativi Americani sono ora sotto accusa a causa di una stalagmite (nella foto a destra). Un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Ohio University suggerisce infatti, sulla base del ritrovamento di un reperto, che i primi Nativi Americani hanno lasciato un’impronta di carbonio più grande di quanto si pensasse, fornendo prove che l’uomo è stato colpito dal riscaldamento globale già molto tempo prima dell’era industriale moderna.

L’analisi chimica di una stalagmite trovata nel bacino montuoso di Buckeye Creek nel West Virginia suggerisce infatti che gli indigeni americani hanno contribuito ad un significativo aumento del livello di gas serra nell’atmosfera attraverso lo sfruttamento del territorio. I primi Nativi Americani bruciavano gli alberi delle foreste per far spazio a colture di alberi da frutto, come le noci, che rappresentavano gran parte della loro dieta.

“Essi avevano raggiunto un livello abbastanza sofisticato di vivere che non penso le persone abbiano pienamente apprezzato”, ha spiegato Gregory Springer, professore associato di scienze geologiche alla Ohio University e autore principale dello studio, pubblicato di recente sulla rivista The Olocene. “Erano molto progrediti, e hanno saputo ottenere il massimo delle foreste e dai territori in cui vivevano in tutto il Nord America, non solo in poche aree (come avviene oggi, ndr).”

Disastro Exxon Valdez, vent’anni dopo si contano ancora i danni

disastro exxon-valdez24 marzo 1989: la petroliera Exxon Valdez, di proprietà della Exxon Mobil, si incaglia in una scogliera dello stretto di Prince William, riversando nelle acque oltre 38 milioni di litri di petrolio. I 42.000 m³ di greggio si disperdono nel mare inquinando 1.900 km di coste. L’impatto immediato fu la morte di 250.000 uccelli marini, 2.800 lontre, 300 foche, 250 aquile di mare testabianca, circa 22 orche e miliardi di uova di salmone e aringa.

Nel 1991 la Exxon Mobil fu condannata ad un risarcimento di un miliardo di dollari. A distanza di oltre vent’anni dal disastro, un team di scienzati dell’Alaska ha scoperto che il petrolio fuoriuscito dalla Exxon Valdez viene ancora ingerito dalla fauna selvatica. La ricerca, pubblicata sulla rivista di divulgazione scientifica Environmental Toxicology and Chemistry, ha utilizzato biomarcatori per rilevare l’esposizione a lungo termine al petrolio nelle anatre arlecchino e dimostra come le conseguenze delle fuoriuscite di petrolio siano ancora visibili anche a distanza di decenni.

Fitoplancton eucariotico svolge ruolo decisivo nella fissazione del carbonio negli oceani

fitoplancton fissazione carbonioGli scienziati dell’Università di Warwick e del National Oceanography Centre di Southampton hanno aperto la “scatola nera” del fitoplancton eucariotico e hanno scoperto che esso è responsabile della fissazione del 50% del carbonio degli oceani immagazzinato dal fitoplancton.

La fissazione del carbonio da parte del fitoplancton negli oceani svolge un ruolo chiave nel ciclo globale del carbonio, ma non è ancora del tutto chiaro. Finora i ricercatori ritenevano che fossero i cianobatteri a svolgere un ruolo fondamentale nel processo che vedeva coinvolti fitoplancton e carbonio. Ma ora gli scienziati dell’Università di Warwick e del National Oceanography Centre di Southampton hanno aperto la “scatola nera” del fitoplancton eucariotico e hanno scoperto che in realtà esso incide sulla metà della fissazione del carbonio degli oceani da fitoplancton.

Individuato batterio che raddoppierà la produzione di idrogeno

karin willquist

Il gas idrogeno è oggi usato principalmente per la produzione di sostanze chimiche, ma un brillante futuro si prevede per esso come carburante per autotrazione, in combinazione con celle a combustibile. Per produrre idrogeno gassoso in modo sicuro per l’ambiente, alcuni batteri vengono aggiunti alla silvicoltura e nei rifiuti domestici, utilizzando un metodo simile alla produzione di biogas. Un problema con questo metodo di produzione è che lo scambio idrogeno è basso, vale a dire che le materie prime generano poco idrogeno.

Ora, per la prima volta, i ricercatori svedesi hanno studiato un batterio che produce il doppio di gas idrogeno rispetto ai batteri attualmente in uso. I risultati mostrano come, quando e perché il batterio può assolvere al suo eccellente lavoro ed aumentare le possibilità di competitività della produzione biologica di idrogeno.

Ci sono tre importanti spiegazioni del motivo per cui questo batterio, che si chiama Caldicellulosiruptor saccharolyticus, produce gas idrogeno più di altri. Uno è che si è adattato ad un ambiente a basso consumo energetico, che ha causato lo sviluppo di sistemi di trasporto efficaci di carboidrati e la capacità di abbattere parti inaccessibili di piante con l’aiuto di enzimi. Ciò significa a sua volta che produce più gas idrogeno. La seconda spiegazione è che può far fronte a temperature sempre più elevate rispetto a molti altri batteri. Più alta è la temperatura, più gas idrogeno può essere formato

riassume Karin Willquist, studente di dottorato in Microbiologia Applicata dell’Università di Lund. La terza spiegazione è che il batterio CS può ancora produrre gas idrogeno anche in condizioni difficili, ad esempio l’idrogeno ad alta pressione parziale, che è necessario per far diventare la produzione di idrogeno più economica.

500 tetti fotovoltaici in Provincia di Padova

tetto-fotovoltaicoAttraverso la formula chiavi in mano, la Provincia di Padova metterà a disposizione dei cittadini ben 500 tetti fotovoltaici; a darne notizia è stato Roberto Marcato, presidente dell’Agenzia per l’Energia e vice presidente della Provincia di Padova, sottolineando altresì come verranno installati sul territorio anche dieci impianti fotovoltaici presso altrettante scuole della Provincia. A tal fine, entro l’anno, l’Amministrazione provinciale provvederà ad emanare i relativi bandi rivolti sia alle scuole, sia ai residenti sul territorio della Provincia di Padova con la conseguenza che ci saranno, anche con il coinvolgimento degli istituti di credito, i quali svolgeranno un ruolo determinante, ottime ed interessanti opportunità per l’attività delle imprese che producono impianti fotovoltaici.

Eruzione vulcano Islanda, gli effetti sul clima

L’eruzione del vulcano Eyjafjallajkull in Islanda, che ha sollevato un’immensa nube di cenere (più precisamente una massa calda di polveri e gas proiettata nell’atmosfera a una quota di 4/5 Km ), ha messo in ginocchio il traffico aereo europeo interessando dapprima la Gran Bretagna, e paralizzando poi anche Belgio, Olanda e Danimarca, Germania, Norvegia e ora avvicinandosi anche all’Italia. Oggi si apprende che sono stati annullati ben 60 voli in Toscana, molti dei quali sono tappe di scalo di compagnie low cost come Ryanair, Easyjet, Norvegian. No e Transavia che hanno parecchi voli destinati a Regno Unito, Irlanda, Francia, Danimarca, Olanda, Germania e Norvegia.

Il disagio immediatamente visibile è stato per l’appunto il blocco dello spazio aereo nord-europeo, ora la nube si sta spostando verso sud-est, provocando problemi con i voli addirittura in Medio Oriente. Ma quali saranno gli effetti della nube di cenere sul clima, se dovesse spingersi fin nella stratosfera?

Relazione Ispra: Italia sempre più calda, perde ghiacciai e biodiversità

anziani caldo

Nonostante la politica continui ad affermare che il riscaldamento globale non esiste, ecco arrivare, come un fulmine a ciel sereno, la pubblicazione della relazione dell’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. I dati raccolti nell’anno 2009, elaborati e resi noti nei giorni scorsi fanno rabbrividire, e dimostrano non solo che il riscaldamento globale esiste eccome, ma anche che l’Italia è tra i Paesi industrializzati che ne sta pagando le maggiori conseguenze.

Il dato più preoccupante riguarda le Alpi, la zona che più di altre sta risentendo dell’aumento delle temperature in quanto ha più difficoltà ad adattarsi. Tutta la catena montuosa che delimita i confini del nostro Paese ha mostrato una diminuzione della quantità di ghiacciai di due terzi rispetto a 150 anni fa, mentre la parte solo italiana è del 40% inferiore rispetto al diciannovesimo secolo, cioè si è quasi dimezzata. Questo è facilmente visibile con una semplice osservazione, dato che i ghiacciai minori sono scomparsi e quelli maggiori si sono lentamente frammentati.

Ciò significa che c’è meno acqua, minor risorse da sfruttare per i cittadini che abitano in quelle zone, e si sa che se si perdono le risorse idriche montuose, tutto l’ambiente è destinato a collassare. Se si considera infatti che non sono solo le Alpi a perdere i ghiacciai, ma tutte le catene montuose del mondo, si capisce come, di questo passo, tra qualche decennio non potremo più recuperare acqua dolce dalle montagne, le maggiori riserve idriche del mondo.

Il nucleare? Non serve più, il sole basta per tutti dicono in Canada

prof pearce solare

L’energia solare nel Sud-Est dell’Ontario ha il potenziale per produrre quasi la stessa quantità di energia prodotta da tutti i reattori nucleari negli Stati Uniti, secondo due studi condotti dalla Queen’s University di Applied Sustainability Research Group situata a Kingston, in Canada. Questi studi, guidati dal docente di Ingegneria Meccanica professor Joshua Pearce, sono i primi ad esplorare il potenziale di energia solare della regione. Il professor Pearce è rimasto sorpreso da quanti gigawatt potrebbero essere prodotti.

Sono venuti fuori numeri enormi e noi eravamo scettici. Esistono circa 95 gigawatt di energia potenziale solo nel Sud-Est dell’Ontario, i quali mostrano che vi è un enorme potenziale

afferma il professor Pearce, specializzato in energia solare fotovoltaica e materiali applicati alla sostenibilità. Uno studio, pubblicato sulla rivista Computers, Environment and Urban Systems, ha scoperto che se i tetti costruiti nella regione presa in esame dell’Ontario fossero coperti con pannelli solari, potrebbero produrre cinque gigawatt ognuno, ovvero circa il 5% di tutta l’energia dell’Ontario. Lo studio ha preso in considerazione l’orientamento del tetto e l’ombreggiatura.

Previsto aumento del prezzo di petrolio e crollo della produzione nel 2015

trivellatrice

Mentre il mondo recupera dalla recessione, l’unica industria che non ha risentito della crisi è quella del petrolio. Il motivo è semplice: le rinnovabili sono state rallentate per troppo tempo e oggi che ce ne sarebbe il bisogno, siamo ancora troppo dipendenti dall’oro nero. Siamo arrivati al punto che oggi c’è più bisogno di petrolio che in ogni altro anno precedente nella storia.

L’International Energy Agency ha rilasciato le sue previsioni per quest’anno, e ha notato che la domanda di petrolio ha raggiunto l’enorme cifra di 86,6 milioni di barili al giorno, che fanno +2% rispetto allo scorso anno, e 100.000 barili in più al giorno rispetto al precedente record stabilito nel 2007.

Prestigiacomo: “Problema rifiuti è colpa delle Regioni”

prestigiacomo conferenza

Lo sport nazionale dell’Italia, non è più il calcio, ma lo scarica barile. Quando bisogna trovare il responsabile di qualche danno, si susseguono dita puntate e accuse che non stanno in piedi; quando invece un problema si risolve, c’è la corsa a salire sul carro dei vincitori.

E così capita che se per Napoli, ad emergenza finita (così dicono) l’attuale Governo di centrodestra decanta i propri meriti, quando invece le cose non funzionano, vedi il resto della Campania, la Sicilia e altre Regioni alle prese con i rifiuti, improvvisamente la colpa non è del Governo, ma della politica regionale. Capita così che il Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, riferisca alla commissione parlamentare d’inchiesta sul problema rifiuti, ed esponga problematiche e soluzioni. Dopo il salto i casi analizzati regione per regione.

“Ecocidio”: la Gran Bretagna chiede di trattare la distruzione dell’ambiente come un crimine contro l’umanità

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Una campagna per dichiarare la distruzione di massa degli ecosistemi un crimine internazionale contro la pace, al fianco del genocidio e dei crimini contro l’umanità, è stata lanciata nel Regno Unito. La proposta per le Nazioni Unite è di accettare l'”ecocidio” come un “crimine contro la pace”, che potrebbe essere giudicato alla Corte Penale Internazionale.

L’idea radicale avrebbe un profondo effetto sulle industrie incolpate di danni ingenti per l’ambiente, come quelle che operano con i combustibili fossili, l’estrazione mineraria, l’agricoltura, prodotti chimici e la silvicoltura.

I sostenitori della legge sull’ecocidio sono convinti che potrebbe essere utilizzato per perseguire anche i “negazionisti del clima” che distorcono la scienza e i fatti per scoraggiare gli elettori e i politici ad adottare misure per affrontare il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici.