Zolfo per raffreddare la Terra

di Angela Gennaro 1

[Foto| Flickr]. Zolfo nell’atmosfera per abbassare la temperatura della Terra. E’ la proposta avanzata recentemente al congresso di San Francisco dell’Unione geofisica americana. L’idea del Nobel per la chimica, Paul Jozef Crutzen, divide gli scienziati e scatena la polemica sui costi e sulle possibili conseguenze negative sull’ambiente.

I rischi climatici sono, prima di tutto, l’intensificazione di piogge acide e la riduzione dello strato di ozono nell’atmosfera. Però il riscaldamento globale va fermato: su questo sono (quasi) tutti d’accordo. Ma come?

Il mondo scientifico, su questo, non trova un accordo. Ma ci sono proposte che scatenano polemiche. Come quella, appunto, del firmatario del progetto: premio Nobel per la chimica, l’olandese Paul Jozef Crutzen, ha avanzato, insieme al collega Thomas Wigley, un’iniziativa che ha a che vedere proprio con il futuro della Terra.

Qui l’articolo del Corriere. Sostanzialmente, si andrebbero ad immettere nella stratosfera, in una fascia tra i 10 e i 50 km di altitudine, almeno un milione di tonnellate di zolfo portato da una serie di palloni lanciati dalla zona dei Tropici. Lassù, il materiale viene bruciato e si ottiene biossido di zolfo, che poi si converte in particelle di solfato infinitesimali.

Lo “scudo” che si verrebbe a creare assorbirebbe parte dei raggi solari e porterebbe ad un abbassamento di un grado centigrado della temperatura media della Terra. La “cura” andrebbe ripetuta ogni due anni. Le polemiche sono scoppiate anche per il costo che l’operazione avrebbe: per i più di 30 mila palloni stratosferici necessari servirebbero 14 miliardi di euro all’anno. Neanche gli effetti collaterali convincono.

Le ipostesi per raffreddare la Terra non mancano: invio in atmosfera di sonde-parasole, oceani artificialmente rimescolati grazie a CO2 (che implementa l’attività biologica), piattaforme flottanti in mare per assorbire una parte dell’irraggiamento solare. Staremo a vedere.

Il tutto, all’ombra della Guerra Fredda. Perché “controllare” la temperatura del Globo non è faccenda priva di colore politico

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