Continua ad infuriare la polemica generata dal caos sulla messa al bando dei sacchetti della spesa inquinanti, in vigore, se vi pare, dal primo gennaio 2011. Si fa presto a dire addio alla tradizionale busta di plastica se a rimetterci non sono le casse dello Stato quanto piuttosto i cittadini. Con questo non intendiamo affatto negare la validità della 296 ed il merito del Governo che fortunatamente non ha concesso ulteriori proroghe all’entrata in vigore del decreto ma fa riflettere come il costo del sacchetto bio, superiore a quello delle buste andate in pensione, vada a pesare sul consumatore quando quelle maggiormente pericolose per l’ambiente erano in molti supermercati addirittura gratis.
Ed ora che succede? La sostenibilità ha un prezzo più alto e nessuno vuole pagarlo. Non lo Stato certamente che non ha previsto incentivi che rendessero più morbido il passaggio dall’una all’altra versione degli shoppers. Non i negozianti che, giustamente, fanno notare che questo tipo di sacchetti gli viene a costare di più e non intendono rimetterci.
Tra i due portafogli, il terzo paga. Ed il terzo è il nostro, quello dei cittadini. In un articolo apparso ieri su Repubblica, si prende in esame il caso di Milano, dove il sacchetto di plastica bio arriva a costare dai 10 ai 20 centesimi.
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Un cielo nero di merli, quello piovuto la vigilia di Capodanno sulle teste dei cittadini di Beebe, in Arkansas, USA. Stramazzati a terra morti se ne contano oltre duemila. Uno scenario macabro degno di un magistrale Hitchcock se non fosse che la trama è reale e gli uccelli sono tutt’altro che vivi e cattivi: a scagliarsi contro gli uomini altro non sono che le carcasse rubate alla vita nel bel mezzo del volo.