La resistenza strenua dei sacchetti di plastica: l’inchiesta quotidiana di Ecologiae

di Serena Savelli 3

Gennaio sta finendo ma le buste di plastica continuano a perseguitare gli ecologisti che, come me e credo molti di Voi lettori, già le mal tolleravano da prima della messa al bando legale. Fino a dicembre in molti credo siano stati capaci di infilarsi latte e formaggi nello zaino col risultato di avere la skin del Macbook puzzolente per giorni piuttosto che utilizzarne uno.

Fino allo scorso dicembre quando ci trovavamo alla cassa sprovvisti di busta di tela o delle mitiche, praticissime retine dilatabili, o del suddetto zaino/borsa non potevamo far altro che  rassegnarci a prendere l’amaro sacchetto lentissimamente degradabile,  o congratularci con quanti (vedi COOP) si erano già provvisti dei sacchi bio, adesso finalmente, supportati dalla legge, abbiamo tutto il diritto di tirar fuori, financo ostentandola, la vena polemica ecologically correct a lungo repressa.

Ecco alcune delle creative risposte che mi sono state date dai commercianti in replica alle mie lamentele mentre riponevano  la mia spesa in buste ovviamente di plastica. In un mercato rionale di Roma, zona Piazza Bologna, ho visto le mie verdure finire in un bel sacchetto patinato che non suonava col classico scricchiolio della plastica e che pareva in tutto e per tutto ecologico ostentando per di più una bella scritta green difendi l’ambiente”. Prendendo poi, con estrema soddisfazione, il sacchetto in questione ho letto che era in polietilene ed  ecologico solo  in quanto riutilizzabile! Non tollerando questo palese greenwashing ho fatto presente, col sorriso ovviamenete, che quel sacchetto era “falso  e spudorato come l’ottone”!

Mi è stato risposto che era un falso talemente ben fatto che era stato spacciato allo stesso commerciante come biodegradabile! Che dire? Ingenuità o malizia? Sicuramente prontezza nella risposta. Un fruttivendolo cinese in zona Torpignattara invece mi ha detto, serafico, di rifornirsi in Cina,  e che quindi era esonerato dalla legge italiana che in Cina non era presente! Stupidità o furbizia?

Un altro meno simpatico pescivendolo (davanti al pesce se non hai una sporta di plastica non c’è zaino che tenga, ti devi proprio arrendere) mi ha dapprima risposto che il sacchetto proveniva dai tollerati “refusi di magazzino” ed alla mia domanda circa la durata stimata della scorta ha risposto qualcosa come “finiranno quando quelli ecologici costeranno come gli altri”.  Altri ancora si son detti ignari di tutto e c’era da credergli a giudicare dalle espressioni trasalite e sgomente.

Insomma per ora, facendo un bilancio, nel 90% dei casi a Roma mi sono state propinate buste di plastica dure a morire, nei piccoli esercizi come nelle grandi catene! A Firenze, l’altra città nella quale si divide la mia vita, le cose vanno meglio per certi aspetti perché molti esercenti si sono dotati delle buste bio e peggio per altri che si sono dotati di buste di robustissima plastica non usa e getta e quindi corrette agli occhi della legge. Vero è che, se andando dal vinaio e comprando una bottiglia di vino, mi viene data una di quelle belle buste, quando alla fine del mese avrò comprato 15 bottiglie di vino avrò anche 15 buste belle e robuste che andranno inesorabilemnte a finire nella spazzatura, ben che vada nella plastica!

Per ora quindi nulla o poco di fatto sul fronte liberazione plastica. Aggiorniamoci a tra qualche mese quando i meno creativi in fatto di balle, non potranno più dire che le buste di plastica siano ancora gli avanzi di un magazzino di Pandora! Per ora quel che possiamo fare è non lasciar correre e, quantomeno, chiedere se non esigere!

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