L’orso polare “cacciato” dal suo habitat

orso polare bagnato

Uno studio a lungo termine, che mostra i cambiamenti negli habitat degli orsi polari in risposta ai cambiamenti delle condizioni del ghiaccio marino nella parte meridionale del Mare di Beaufort, in Alaska, ha mostrato che l’orso polare è stato letteralmente “sfrattato” dalla sua terra a causa dei mutamenti climatici.

Karyn Rode, un biologo che studia gli orsi polari con la US Fish and Wildlife Service ad Anchorage, in Alaska, afferma che i dati raccolti tra il 1979 e il 2005 mostrano che gli orsi polari sono stati avvistati sempre più spesso sulla terra e in mare aperto, e sempre meno frequentemente sul ghiaccio durante l’autunno. Questo significa che c’è una maggiore possibilità di interazione con gli umani. Il documento è stato pubblicato nel numero di dicembre di Arctic, la rivista dell’Istituto Artico del Nord America.

Pellet: perché costa tanto?

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Il pellet di legno, i piccoli cilindri di fibra compressa ampiamente pubblicizzati come combustibile economico ed ecologico per il riscaldamento domestico, sta avendo sempre più un grande successo negli ultimi anni. Un successo che comincia a presentare alcuni ostacoli, ma sembra destinato a non finire.

Nell’autunno del 2005, con i prezzi del petrolio e del gas ai massimi storici, e con la proliferazione di numerosi articoli sul riscaldamento globale, il pellet ha cominciato a trovare spazio nei media, diventando improvvisamente una star. L’industria del pellet non era preparata ad un picco improvviso di richiesta senza precedenti, e così ha dovuto dare subito fondo alle sue scorte. Purtroppo però queste non erano così abbondanti, e così si è finiti nella situazione in cui molti acquirenti (non solo in Italia), hanno atteso più di sei mesi per una stufa, mentre altri hanno annullato i loro ordini.

Allo stesso tempo, i proprietari di stufe a pellet, in alcune regioni si sono trovati senza pellet. La carenza di carburante è lo scenario da incubo che potrebbe ostacolare la salita costante di questo combustibile rinnovabile.

Ecobioball, la palla da golf che si biodegrada e rilascia cibo per i pesci

ecobioball

I nostri mari e gli oceani sono gravemente contaminati, in particolare dai rifiuti di plastica. Essi vanno ad incidere pesantemente sullo stato di salute di animali e piante acquatiche. In un vecchio articolo apparso su Treehugger, intitolato The Great Pacific Garbage Patch: Out of Sight, Out of Mind (Il grande cumulo di immondizia nel Pacifico, lontano dagli occhi, lontano dal cuore), si legge

la distesa galleggiante di rifiuti e detriti nell’Oceano Pacifico è ora su una superficie grande il doppio degli Stati Uniti continentali. Si ritiene che pesi quasi 100 tonnellate di detriti questa vasta “zuppa di plastica”, la quale si estende per 500 miglia nautiche al largo della costa californiana, oltre le Hawaii e quasi fino al Giappone.

Tra il 40 e il 60% dei rifiuti raccolti sulle spiagge è di plastica, secondo il libro “Plastiche Ecologiche” di E.S. Stevens. Il cestino ha spesso viaggiato per chilometri prima di essere “risciacquato” a riva da qualche parte. Ma tutte queste cose sono probabilmente note alla maggior parte del pubblico. Quello che però nessuno pensa è che una grossa parte di questo inquinamento plastificato si potrebbe evitare stando attenti alla propria attrezzatura quando si gioca a golf: una grossa parte dell’inquinamento di oceani, laghi e fiumi proviene dalle palline lanciate da qualche appassionato.

Fotovoltaico: Europa meridionale e Stati Uniti, le prospettive

fotovoltaico-stati-unitiNegli Stati Uniti la crisi finanziaria ed economica ha spinto molte imprese a ripensare radicalmente l’economia ed il modo di approcciarsi con essa, acquisendo maggiore coscienza sia sui problemi riguardanti il riscaldamento globale, sia sui rischi legati alla volatilità dei prezzi delle energie tradizionali, ovverosia quelle prodotte con i combustibili fossili. Anche per questo, ed in scia alla progressiva riduzione dei costi dei componenti, negli States il fotovoltaico si candida a svolgere e ad esercitare un ruolo chiave sullo scenario energetico interno. Le stime, formulate da Emerging Energy Research in un Rapporto dal titolo “US Utility Solar PV Markets and Strategies: 2009-2012“, danno gli USA ad una potenza connessa in rete di 2.000 MW di fotovoltaico nel 2011 per poi aumentare di dieci volte nel 2020 a quota 21.500 MW dopo aver raggiunto la quota dei 12.000 MW nel 2015.

I club calcistici più eco del mondo

Princes Park Stadium

Il calcio ormai fa parte della vita quotidiana di tutti noi, e come ogni cosa della nostra vita, può contribuire alla conversione ecologica del pianeta. Il quotidiano britannico The Guardian ha deciso di stilare una specie di classifica delle squadre di calcio più ecologiche, ed ha scoperto che purtroppo il club che più di tutti ha fatto per l’ecologia non è uno dei big con le disponibilità milionarie, ma il piccolo Dartford FC, una squadra che gioca in un campionato che da noi corrisponderebbe all’incirca all’Eccellenza (intorno al sesto-settimo livello sotto la serie A), il quale ha uno stadio con capacità di soli 4.100 posti, il Princes Park Stadium, ma che ha le credenziali verdi da fare impallidire anche Al Gore.

Sul tetto sono installati pannelli solari per fornire acqua calda; nella struttura c’è anche un piccolo lago per raccogliere l’acqua piovana che viene poi riciclata, negli spogliatoi c’è un rivestimento in legno per l’isolamento, ed anche i riflettori in campo sono

volutamente posizionati sotto il livello del terreno circostante, al fine di ridurre il rumore e l’inquinamento luminoso per la popolazione vicina.

Anche i voli per le partite fuori casa non rappresentano un problema inquinante. Infatti, la natura geografica del campionato mantiene anche un controllo sull’impronta di carbonio del club , visto che le squadra avversarie sono tutte molto vicine. Inoltre il parco auto di proprietà della squadra durante la settimana viene utilizzato come parte di un servizio che incoraggia l’uso del trasporto pubblico.

Le barriere stradali sono brutte ma riducono l’inquinamento atmosferico e acustico

barriere stradali

Le barriere autostradali, che all’apparenza non sono bellissime, sono destinate a bloccare il suono e la vista del traffico ai quartieri adiacenti. Esse possono fare qualcosa anche in termini di carico di inquinamento atmosferico. In uno studio del NOAA e della US Environmental Protection Agency, i ricercatori hanno analizzato innocui “traccianti” per misurare il movimento potenziale delle sostanze inquinanti come il monossido di carbonio, i metalli pesanti e i composti organici volatili come il benzene.

I risultati hanno mostrato una riduzione significativa del tasso di inquinamento nei quartieri vicini grazie alle barriere. Esse sono state originariamente progettate per “alleviare” il rumore autostradale, ma anche per evitare l’inquinamento visivo per i residenti nelle vicinanze. Alcuni le hanno anche abbellite, piantandoci delle viti e altre piante per “ammorbidire” gli effetti estetici.

Impianto fotovoltaico: il vantaggio dei sistemi isolati

mini-impianto-fotovoltaicoMolto spesso di parla di impianti fotovoltaici di grandi dimensioni, o comunque caratterizzati dalla connessione in rete che permette, grazie alle tariffe incentivanti del “Conto Energia“, di abbattere rapidamente i costi rientrando dall’investimento in periodi di tempo che oramai sono inferiori, sovente, ai dieci anni. Ma le applicazioni del fotovoltaico sono altrettanto interessanti, sotto tanti punti di vista, anche per quelle situazioni che richiedono impianti di piccola potenza, senza i quali la produzione di energia elettrica sarebbe o impossibile o poco conveniente dal punto di vista economico. Un impianto fotovoltaico non connesso in rete viene definito “isolato”, ed è destinato sempre di più non solo in Italia, ma anche nel mondo a cambiare le nostre abitudini di consumo di energia riguardo alla fonte da cui attingere: non più petrolio, ma in tutto o in parte l’energia offertaci dal sole.

Animalisti speronati dai bracconieri del mare, in nome della scienza (video)

nave attivisti distrutta

Né il kevlar rinforzato, né la vernice anti-radar sono state sufficienti a proteggere il trimarano Ady Gil da ciò che nel gergo marinaresco si chiama “un attacco non provocato“, quando cioè la nave giapponese Shonan Maru n. 2 ha “deliberatamente speronato e provocato danni catastrofici”.

L’emittente ABC è riuscita a procurarsi il video che mostra come i balenieri giapponesi hanno continuato a sparare i cannoni ad acqua sull’equipaggio dell’Ady Gil, anche dopo aver speronato e distrutto la prua della nave, rischiando anche di far morire annegati gli attivisti. Immediatamente il video è stato caricato su You Tube, e le crude immagini sono riproposte alla fine dell’articolo.

Una nuova tecnologia laser rende le turbine eoliche più produttive e longeve

lidar

Se uno dei problemi per cui la tecnologia eolica ancora non si è diffusa come meriterebbe, è l’instabilità delle correnti. Oggi però questo dilemma potrebbe essere risolto da un team di scienziati danesi. L’Università di Risø ha recentemente completato il primo test su una turbina eolica con un anemometro laser incorporato, al fine di aumentare la produzione di energia elettrica.

I risultati dimostrano che questo sistema può prevedere la direzione del vento, raffiche di vento e turbolenza. Quindi si stima che le turbine a vento del futuro potranno aumentare la produzione di energia riducendo al contempo i carichi estremi utilizzando questo sistema laser, che noi chiamiamo LIDAR

afferma Torben Mikkelsen, docente della Risø. Questa nuova tecnologia laser danese significa che le turbine a vento sono in grado di “vedere” il vento, prima che colpisca le lame. Dal momento in cui sarà in grado di “predire” il vento, la turbina eolica sarà anche in grado di ottimizzare la sua posizione e regolare le pale in modo che il vento venga utilizzato in modo più efficiente, e la turbina possa avere una vita più lunga.

Le migliori “green tech” che il 2009 ci lascia in eredità

auto elettrica

Anche se i governi del mondo, riuniti a Copenaghen, hanno tentato di concordare un piano d’azione per limitare le emissioni di biossido di carbonio, le innovazioni della tecnologia verde sono il mezzo migliore, o forse l’unico, per riuscire a raggiungere l’obiettivo.

I trasporti hanno continuato ad essere un grande obiettivo in questo senso, nonostante periodi di congiuntura difficile. Negli Stati Uniti il settore è il secondo contribuente alle emissioni, responsabile del 28% del totale delle emissioni del Paese. Di queste, il 60% sono prodotte dai veicoli stradali, ma anche nel resto del mondo i dati non si discostano tanto da quelli americani.

Per fortuna però questi sembrano destinati a cambiare presto. Una vasta gamma di possibili soluzioni sono state esposte a Las Vegas, Nevada, il mese scorso, in merito al concorso Automotive X Prize. Il premio andava a quelle squadre che producevano veicoli già oggi utilizzabili, in grado di viaggiare per 100 miglia con l’energia equivalente di un gallone di benzina (160 km con 3,79 litri, o 42 km con un litro).

Le 10 specie più in pericolo per il WWF

panda giganti

Qualche giorno fa abbiamo riportato l’appello del WWF per salvare la tigre. Nonostante la sua immagine così forte, in realtà per l’associazione animalista si tratta della specie più fragile di tutte. Così fragile da rischiare di sparire per sempre. Ma purtroppo non è l’unica.

Con l’inizio del nuovo anno il WWF ha voluto stilare una specie di triste classifica delle 10 specie più a rischio nel 2010. E se il primo posto della tigre vi ha sorpreso, rimarrete a bocca aperta anche in altri casi. La posizione più bassa spetta al panda gigante. L’animale, che è il simbolo vivente degli animali a rischio estinzione, è presente nella lista praticamente da sempre. Quest’anno però lascia i primi posti perché, grazie all’azione di molti, ha ricominciato a riprodursi. Ad oggi si contano circa 1.600 esemplari in tutto il mondo. Non sono tantissimi, ma la situazione è migliore di qualche decennio fa.

Fotovoltaico e rinnovabili: a Pisa una tre giorni sulle energie del futuro

energie-del-futuroIl 15, 16 e 17 gennaio prossimi, a Pisa, presso la Stazione Leopolda, si terra una interessantissima tre giorni sulle energie rinnovabili; trattasi, nello specifico, di una grande vetrina caratterizzata da tavole rotonde, convegni, mostre, presentazioni di progetti e prodotti editoriali sulle energie pulite e sul risparmio energetico. Nel corso della manifestazione, tra i tanti appuntamenti in programma per quella che è una iniziativa aperta al pubblico, con ingresso gratuito, ci saranno tante dimostrazioni tra cui l’auto-costruzione di un pannello fotovoltaico. La tre giorni di Pisa sarà incentrata sulle energie del futuro e sulle relative applicazioni: dalla certificazione energetica degli edifici al solare termico e fotovoltaico e passando per altri campi di applicazione come le biomasse, la geotermia e la bioedilizia.

Shell accusata di aver mandato a monte i piani per l’energia solare nei Paesi in via di sviluppo

Shell-logo

Shell è rimasta impigliata in un problema tra la Banca Mondiale e le società di energia pulita, dopo le accuse che la indicano come inadempiente sui propri impegni, nell’onorare le garanzie sui sistemi di energia solare venduti ai Paesi in via di sviluppo.

L’azienda petrolifera è accusata di abbandonare la proprie responsabilità verso le comunità povere tramite una ripartizione generalizzata delle proprie apparecchiature in Sri Lanka e in altri Stati, mentre al contempo danneggia le prospettive del settore più ampio delle energie rinnovabili in un mondo che ha il disperato bisogno di ridurre le emissioni di carbonio.

L’attività di elettrificazione rurale in cui i sistemi di Shell sono stati venduti, ora è stata trasferita, come hanno fatto molte altre parti di attività solari del gruppo. I critici sostengono che la Shell, che ha realizzato utili pari a 31 miliardi di dollari nel 2008, abbia avuto un ruolo nel continuare a garantire che gli ex-clienti continuino ad essere vulnerabili.

Riscaldamento globale: centinaia di milioni di profughi nel 2050

rifugiati

Dalla conferenza sul clima di Copenaghen è uscita una specie di accordo che non risolveva nulla, ma aveva come intenzione almeno quella di limitare i danni e cercare di far arrivare lo stato di salute della Terra il più sano possibile al 2050. Secondo gli ultimi dati dell’Onu, questo pare non sarà possibile.

Già oggi infatti sono tanti i segnali che qualcosa sta cambiando: mutamenti climatici estremi (proprio due settimane fa siamo passati in Italia in 24 ore dalla neve a +20/25 gradi), uragani e tempeste sempre più frequenti, desertificazione e innalzamento del livello dei mari. Ma a breve potranno esserci segnali ancora peggiori. Tutto questo aggravato da un fenomeno che già oggi è molto preoccupante: la migrazione di massa.